Il deal con l’amministrazione americana è costato nell’immediato circa un 3% ad un euro che è sceso soprattutto perché aveva raggiunto condizioni di sentiment positivo estreme e compatibili con un top.
Un movimento che per ora toglie pressione anche alla BCE nel ridurre ulteriormente i tassi di interesse, mossa che il mercato stima in massimo 25 punti base nei prossimi 12 mesi. Se ne riparlerà eventualmente dopo Jackson Hole come per la FED che ha confermato i tassi invariati scatenando l’ira di Trump che si dice comunque sicuro che Powell agirà a settembre.
Powell, pur tenendo conto di due dissensi all’interno del FOMC, ha ribadito che i prossimi dati sull’inflazione e lo stato dell’economia saranno decisivi perché cominceranno ad incorporare gli aumenti di prezzo causati dai dazi. E visti i dati sull’occupazione di luglio molto deludenti le premesse per un “cut” a settembre ci sono tutte.
FED che potrà così cominciare a fare calcoli più precisi di inflazione attesa sui riflessi di dazi al 15% per Europa (anche se i dettagli del deal sono lontani dall’essere definiti) e Giappone. Con la Cina la proroga mantiene uno status quo benigno, così come il Messico, mentre India e Brasile sembrano destinate ad essere colpite duramente da un’amministrazione che mischia deficit commerciali a politica nell’applicazione di queste percentuali. Canada e Svizzera sono state a loro volte colpite duramente dalle nuove misure annunciate dall’Amministrazione USA.
Il centro di ricerca indipendente di Yale con l’ingresso delle nuove tariffe UE al 15% ha ritoccato al 18,2% il tasso effettivo di dazi applicato dagli Stati Uniti, il più alto dal 1934 ed in crescita del 2,4% da gennaio 2025. Secondo l’istituto di ricerca l’impatto sul Pil sarà di -0,5% sul 2025 con un incremento dei prezzi al consumo del 1,8% nel breve periodo.
Per EurUsd la correzione in corso ha forzato in un colpo solo la media mobile a 50 giorni formalizzando una sorta di doppio massimo il cui obiettivo (1,14) è stato raggiunto. Zona di 1,12 rappresenterebbe comunque l’ideale punto di atterraggio della discesa sulla quale le coperture di rischio cambio sul dollaro americano potrebbero ricominciare ad essere implementate nell’ottica di una ripresa del bull market dell’euro. Da queste parti infatti annotiamo una serie di supporti statici molto importanti e che potrebbero frenare l’avanzamento del dollaro. Dollaro che però ha preso malissimo il dato sull’occupazione americana rispedendo EurUsd immediatamente sopra 1,16. Forse la correzione è già finita.

Tracciando delle semplici trend line sul grafico del Dollar Index potremmo effettivamente essere di fronte all’esaurimento della correzione cominciata nel 2022 e che ha visto un interessamento della base inferiore di un canalone rialzista che guida il mercato dalla crisi del 2008.
Qualcosa però non ci convince dal lato dell’analisi tecnica. Utilizzando ad esempio un oscillatore come lo Stochastic Momentum Index, ci accorgiamo che durante questo periodo storico ogni bottom primario è stato realizzato quando l’SMI è sceso in ipervenduto. Ad oggi questa situazione non si è ancora realizzata con la media mobile che solo ora ha assunto un’inclinazione ribassista.
Questo ci porta a pensare che il rimbalzo doveroso delle ultime sedute sarà più avanti seguito da una nuova discesa che metterà sotto pressione il Dollar Index per andare a definire un bottom primario dal quale ripartire.

Le notizie arrivate dal fronte dazi sembrano confermare la volontà della Casa Bianca di giungere ad accordi definitivi entro la fine dell’estate. Anche il Giappone ha deciso di aderire alle richieste dell’amministrazione americana di maggior equilibrio nell’interscambio commerciale. Con tariffe in ingresso sulle merci nipponiche del 15% e investimenti sul territorio americano nei prossimi anni per una cifra di 550 miliardi di dollari, sembrerebbe essere accontentato il desiderio di Trump di portare agli elettori un risultato in grado nella teoria di migliorare i conti con l’estero. In cambio il Giappone otterrà vantaggi nell’import di quel richiestissimo riso oggi in crisi di offerta. Volano in borsa le cause automobilistiche giapponesi.
La trattativa sembra in dirittura d’arrivo anche con l’Unione Europea con i dazi fissati nella misura del 15% e investimento europei in America per 600 miliardi di dollari, ma il viaggio di Von der Leyen in Oriente sembra indicare la volontà della UE di cominciare a guardare altrove per offrire mercati di sbocco alternativi a quelle corporate europee che soffriranno inevitabilmente da questi nuovi equilibri commerciali.
Intanto Trump continua a martellare ai fianchi l’indipendenza della Federal Reserve con attacchi ormai quasi quotidiani al Governatore Powell colpevole, a detta del tycoon, di danneggiare l’economia e gli americani non abbassando i tassi di interesse come stanno già facendo nel resto del mondo. Peccato che Trump tralasci il particolare non irrilevante che l’inflazione rimane vicina al 3%, che lo stato dell’occupazione si mantiene ben intonato, e che nonostante rendimenti ancora elevati il dollaro americano ha perso da inizio anno quasi il 15%.
Intanto la BCE ha annunciato di aver mantenuto fermi i tassi di interesse come da previsioni al 2%. Probabile che lo stop perduri per il resto del 2025.
Siamo alla prova della verità per EurUsd ormai arrivato dove doveva arrivare, ovvero alle porte di 1,20. E se questo livello per una serie di motivi (neckline di un potenziale testa e spalla rialzista, identica estensione in ampiezza della prima gamba di rialzo 2022-2023 da parte della seconda gamba) è denso di significato, appare storicamente ancora più impattante quello che potrebbe succedere a EurUsd andando oltre. Se prendiamo come punto di riferimento il canale di regressione con tanto di deviazione standard che accompagnò il bear market di EurUsd fino all’inizio del secolo corrente, l’uscita da quel canalone diede la stura ad un movimento di ampia portata che capace di portare EurUsd fino a 1,60.
Senza aver obiettivi così ambiziosi, indubbiamente un break definitivo della resistenza posta in area 1,20 avrebbe come primo obiettivo intermedio 1,25, ma molto più probabilmente 1,30. Qui, infatti, la seconda gamba del rialzo risulterebbe pari a 1,618 volte la prima in una esemplare proporzione di Fibonacci.

Le bande di Bollinger, superiore ed inferiore, stanno cominciando a convergere e questo, dopo aver raggiunto un estremo, potrebbe essere una notizia confortante per il biglietto verde.
Negli ultimi due casi, infatti, una divergenza così ampia tra bande upper e lower ha dato il via ad una fase di consolidamento sfociato in una correzione vera e proprio oppure in una fase laterale. Al momento non sembra essere ragionevole pensare ad un cambio capace di scendere sotto i supporti di area 1,12/1,13 viste le previsioni sulla politica monetaria e commerciale americana bisognosa di rifinanziare corposi deficit di bilancio che non possono non transitare da una fase di dollaro debole. Ogni pull back di EurUsd sarà quindi utile per aumentare le posizioni long.

Ormai in Europa sembra che i tassi abbiano raggiunto un floor al di sotto del quale sarà difficile andare, almeno secondo il mercato che vede al massimo 25 punti base di taglio nei prossimi 12 mesi. E dire che non sono mancati gli esponenti BCE che hanno evidenziato come la bassa crescita, l’euro forte e la latitanza negli investimenti rischiano di portare il tasso di inflazione al 1%.
Ma per l’euro c’è ancora l’incognita dazi aperta. La lista di chi a partire dal primo agosto vedrà scattare sulle proprie merci i dazi è lunga e in continuo aggiornamento. Alcuni paesi noti come Giappone, Corea del Sud, Sud Africa, Canada e Brasile hanno già subito il preavviso che fra qualche giorno le merci in ingresso negli States e provenienti da quegli stati subiranno una tassazione che varia da paese a paese. Dal 25% del Giappone fino al 50% del Brasile la tagliola americana sarà importante.
Al momento solo Vietnam e UK hanno formalmente raggiunto un accordo (per la Cina siamo solo agli intenti) confermando il fallimento per ora della strategia trumpiana. Torna a salire il tasso effettivo di tariffe doganali applicate negli States stimate al 17.6%, il massimo dal 1934 e ben superiore al 2.4% di gennaio.
I riflessi sul dollaro si sono notati soprattutto alla luce di una maggiore incertezza sui tassi FED che a settembre dovrebbero scendere, a meno che la letterina sui dazi non rimetta a Powell le ali del falco anche per arginare la fuga dal dollaro.
I verbali dell’ultimo meeting FED hanno evidenziato che solo due membri erano a favore di un ribasso nei tassi già a luglio, mentre la maggioranza dei membri ritiene adeguato un approccio prudente di attese che naturalmente farà infuriare Donald Trump.
Se l’area di 1.20 sembra la candidata principale ad accogliere EurUsd nelle prossime settimane, non possiamo non annotare come il mercato si sia fermato in modo esemplare a poca distanza di 1,19, un livello di prezzo dove la gamba di rialzo partita nel 2025 da 1,01 eguaglia in ampiezza quella del periodo 2022-2023. Assieme alla valenza psicologica di 1,20 questa nota tecnica potrebbe essere utile per rafforzare l’idea di una pausa di riflessione nell’avanzamento del cambio.

EurUsd sembra ormai destinato ad andare a testare la zona di 1.20 prima di sciogliere le riserve sul suo futuro.
La mancata reazione degli ultimi giorni, a parte un marginale ritracciamento, fa pensare ancora ad una forza sottostante che potrebbe nel breve trovare il conforto solo da un sentiment eccessivamente negativo.
Analizzando il grafico su una scala trimestrale e utilizzando un indicatore come l’SMI (Stochastic Momentum Index), possiamo apprezzare l’entrata in territorio di ipercomprato pur mancando il formale segnale di inversione. Un segnale che nella storia di EurUsd ha sempre sancito la formazione di un top primario. Ma attenzione l’evento si è concretizzato sempre all’interno di un bear market.
Quando il trend invece guardava verso l’alto nel 2004 quel segnale produsse solo un periodo di appannamento per l’euro tra l’altro neanche particolarmente incisivo.

Settimana intensa a livello politico ed economico negli Stati Uniti. I dati sull’occupazione e ISM sono stati protagonisti.
L’indice ISM manifatturiero ha indicato un possibile scenario di stagflazione con crescita stagnante e prezzi in rialzo. In calo l’occupazione e in calo i nuovi ordini in uno scenario che sembra alimentare sempre più la narrativa di un Trump che vorrebbe spingere Powell alle dimissioni di Presidente della FED. Meglio invece l’Ism servizi che torna sopra i 50 punti. Disoccupazione in calo e minori pressioni sui salari hanno completato la settimana di dati.
Approvato alla Camera intanto il budget di bilancio (3,3 trilioni di dollari in più di deficit nei prossimi 10 anni) con la FED di nuovo a fare da pompiere nel ricordare che l’attuale parabola del debito è insostenibile.
Yale Budget Lab, centro di ricerca indipendente, certifica che al momento il tasso effettivo di dazi commerciali applicati dagli Stati Uniti è del 15,8%, il più alto dal 1936. Da solo questo dato giustifica la titubanza di Powell nell’abbracciare la retorica trumpiana. E mai parole da parte del Presidente della FED furono più chiare. Senza dazi avremmo già abbassato i tassi ha pronunciato Powell da Sintra, e abilmente la palla è stata rimessa nel campo di Trump.
Intanto si avvicina la data del 9 luglio, termine ultimo per la proroga delle tariffe annunciate durante il Liberation Day. Per alcuni paesi come il Giappone e l’Europa l’accordo pare improbabile.
In Europa comincia a montare il dibattito sul cambio EurUsd. Ormai a tiro quota 1,20, qualche lamento sta arrivando da alcuni componenti del board BCE. Vero che questo livello facilita il compito di Francoforte abbassando ulteriormente l’inflazione e aprendo la strada a nuovi tagli nei tassi. Ma altrettanto vero che in un contesto dove le svalutazioni di paesi concorrenti come la Cina e il Giappone si stanno facendo importanti, la competitività della merce europea va in crisi.
L’ipotesi adesso è quella di uno stop temporaneo nel ribasso del dollaro in corrispondenza dell’importante up trend line che sale dal 2011, ma anche dell’ormai imminente obiettivo “minimo” di saldo annuale negativo di almeno il 10%.
Questa non è condizione sufficiente ma necessaria per cominciare a ragionare su una fase meno direzionale ribassista per il dollaro che comincia anche a mostrare un sentiment particolarmente deteriorato in particolare osservando il comportamento degli speculatori sul mercato futures.

Il grafico di lungo periodo di EurUsd non sembra lasciare molti dubbi circa la direzione che sta prendendo il cambio più celebre del pianeta. Dopo il break delle resistenze di 1,12 praticamente la moneta unica europea non si è più girata indietro ed ora converge verso una zona di prezzo molto importante. Attorno a 1,20 troviamo non solo una resistenza psicologica, ma anche una serie di proiezioni tecniche rilevanti. E poi spazio fino a 1,25 i massimi del 2018 e del 2020 che a questo punto diventano obiettivi realistici per i prossimi mesi.

Mentre si consuma l’anno peggiore del ventunesimo secolo per il dollaro americano, gli attacchi americani e israeliani sembrano aver indotto il regime iraniano a concordare una tregua si spera duratura.
Tutti si proclamano vincitori e nessuno sconfitto, ma sicuramente il programma nucleare di Teheran subirà un ridimensionamento. Le tensioni belliche che avevano provocato l’impennata del prezzo del petrolio hanno permesso con la tregua al greggio di ritracciare e a Trump di concentrarsi su altro. Ad esempio, sul successore di Powell alla FED.
Dopo i toni hawkins dell’ultimo FOMC il Presidente della Federal Reserve davanti al Congresso si è mostrato leggermente più accomodante e forse anche consapevole che dopo l’estate un Governatore ombra nominato informalmente da Trump si insinuerà silenziosamente nelle stanze del FOMC. E questo crea sfiducia nell’istituzione FED con un’uscita di capitali dall’America che sta facendo velocemente cadere il valore del dollaro.
Gli accordi tra Stati Uniti ed Europa in sede Nato per portare al 5% le spese militari sul Pil potrebbe essere un altro successo che Trump vorrà portare ai suoi elettori assieme ad un cambio di passo sui tassi di interesse che secondo il tycoon dovrebbero essere immediatamente abbassati.
In Europa la crescita dell’euro su tutte le valute globali mette nelle condizioni la BCE di agire ancora sui tassi visto che l’inflazione importata non sembra essere un grosso problema.
Una tendenza al declino del dollaro che ormai sembra avere un obiettivo ben preciso, ovvero 1,20.
La soglia di 1.20 su EurUsd è importante per diversi motivi, ma graficamente non sembrano esserci grandi dubbi su quale dovrebbe essere la direzione futura.
Come possiamo apprezzare dal grafico da queste parti si posiziona quella linea di resistenza che unisce i massimi del 2018 e del 2021.
Andare oltre provocherebbe uno squarcio tecnico che troverebbe solo 1.225 come ultimo baluardo prima di un dollaro in caduta libera.
Il tasso di variazione annua di EurUsd non può ancora considerarsi così estremo (+9%) nonostante la partenza a razzo nel 2025. Nel corrente bear market cominciato nel 2008 è servito un ROC a 12 mesi di almeno 15% per intravedere la possibilità di un top primario. Anche questo sembra offrire una prospettiva di ulteriore debolezza necessaria per cominciare a lavorare sull’ipotesi di un minimo primario del dollaro.

Saltato il tappo di 1,12 per EurUsd si è aperta un’autostrada che sembra trovare nel sostegno dinamico offerto dalla media mobile a 50 giorni l’unico supporto per il momento in grado di arginare un trend decisamente bullish. Quello che possono fare in questo momento trader e/o investitori è eventualmente attendere un ritracciamento sulla media posizionata a 1,135 per alleggerire le posizioni lunghe di biglietti verde oppure andare long di EurUsd. Solo un ritorno sotto 1,12 invaliderebbe una view che vede come obiettivo minimo 1,20.

Peggiorano i rischi geopolitici in un intrecciarsi di escalation e sforzi per ora modesti a livello diplomatico per fermare la guerra tra Israele e Iran.
Gli attacchi ai siti nucleari e il coinvolgimento sempre più vicino degli Stati Uniti, rischiano di allargare regionalmente un conflitto che si andrebbe a sommare a quello oggi meno pubblicizzato in Ucraina.
Le tensioni belliche ovviamente si fanno sentire sul prezzo del petrolio che rimane elevato con i rischi di fiammate inflazionistiche che potrebbero registrarsi qualora il Golfo Persico diventasse un mare molto ostile per il passaggio del greggio.
L’evento centrale della settimana era ovviamente il FOMC. Se qualche apertura su tagli dei tassi sembrava essere giunta dal recente dato dell’inflazione in miglioramento, l’aumento delle tensioni in Medio Oriente con l’impennata nel prezzo del petrolio difficilmente avrebbe convinto Powell e la FED a muoversi a breve sul costo del denaro nonostante dati relativi alle vendite al dettaglio fiacchi.
E infatti è andata proprio così, con gli insulti volati tra Trump e Powell che non hanno disturbato i mercati. La FED ha evidenziato come inflazione e mercato del lavoro, gli unici due ambiti sui quali ha mandato, proseguono nel percorso desiderato di rientro la prima, di consolidamento il secondo.
Lo “stupido” Powell, come lo ha definito Trump che non vede l’ora di annunciare il successore di colui che lo stesso tycoon ha nominato, ha fatto una sintesi di un FOMC molto disperso quanto ad opinioni. Otto membri puntano a due tagli entro fine anno, due a uno solo, ben sette ad un nulla di fatto. Abbassato il tasso di crescita previsto nel 2025 al 1,4% che diventerà 1,6% nel 2026 quando l’inflazione si stabilizzerà al 3%.
Il dollaro sembrato comunque insensibile a queste notizie.
Da verificare se l’escursione a 1,16 di EurUsd è stata una bull trap di un’onda 4 ancora in formazione, ma idealmente un ritorno di forza del biglietto verde dovrebbe vedere 1,12/1,13 come ideale zona di alleggerimento sul dollaro per chi sposa l’idea di un massimo di EurUsd più importante nei prossimi mesi. Il sostegno della media mobile a 50 giorni rappresenta un ideale zona di supporto tecnico sulla quale i compratori di euro dovrebbero riproporre il loro desiderio di incrementare le posizioni long.

Abbattuto il supporto di 100 per il Dollar Index si prefigura all’orizzonte un ulteriore calo che solo il clima di guerra sembra poter allontanare. Il non taglio dei tassi da parte della FED è un altro elemento favorevole, ma il test dei supporti di lungo periodo pare essere un evento inevitabile sul quale i traders potranno ragionare su eventuali ingressi di natura strategica sul biglietto verde.

Mentre a Londra Stati Uniti e Cina arrivano ad un accordo preliminare su dazi e scambio di risorse come le terre rare, l’inflazione americana sale a maggio meno delle previsioni.
L’accordo tra i due colossi economici che da aprile si stanno scontrando in modo frontale sui dazi, non sembra aver scaldato il mercato che sembra annusare il profumo dell’inconsistenza nonostante i proclami di Trump e Bessent. I prossimi giorni saranno fondamentali per capire se la direzione politica è quella giusta e l’accordo sostenibile.
L’inflazione americana di maggio è salita del 2,4% ma su base mensile di appena lo 0,1%, meno delle attese. Stesso movimento per l’indice core salito del 2,8% e quindi ancora in ridimensionamento.
Il messaggio alla FED è chiaro e se l’accordo con la Cina troverà conferma Trump non esiterà a chiedere conto a Powell sui tassi. E sarà sempre più difficile per la FED tenere fermo il costo del denaro se le pressioni inflazionistiche non si faranno pressanti.
Settembre potrebbe perciò risultare una prima finestra buona per assistere ad una prima mossa, ma già all’orizzonte si prefigura un fattore di rischio. L’attacco di Israele ai siti militari e nucleari iraniani rischia di infiammare il prezzo del petrolio con ovvie conseguenze su tutta la catena a valle dei prezzi energetici. La ritorsione iraniana fa capire che non saranno attacchi dimostrativi come nei casi precedenti senza considerare il rischio concreto di un allargamento del conflitto a livello geografico.
E questo sembra essere uno dei motivi che sta spingendo la BCE a professare maggiore prudenza su ulteriori riduzioni nel costo del denaro dopo il recente taglio al 2%. I mercati sembrano aver preso atto con l’euro che ha beneficiato di un restringimento nel differenziale tassi con il dollaro.
Nonostante la nostra visione di breve periodo espressa la scorsa settimana, non possiamo ignorare il movimento di EurUsd delle ultime settimane. Un break delle resistenze, un pull back sui supporti ed una ripartenza verso l’alto che adesso punta i massimi di aprile. Confermata quindi la rottura rialzista con il superamento di area 1,15 che aprirebbe porte molto interessanti. A dire il vero dalle parti di 1,17 si trovano delle prime resistenze collegate al periodo 2020-2021, ma l’idea è che quello sarebbe solo un passaggio intermedio prima di raggiungere 1,20 se non oltre.

Ciò che continua a farci rimanere dubbiosi circa le capacità dell’euro di accelerare in modo deciso è l’andamento del price oscillator. Questo indicatore che misura lo spread tra prezzo spot e media mobile a 200 giorni sta salendo in quella zona 5% che in passato ha intercettato dei massimi primari per l’euro destinata a durare diversi mesi. Chiaro che una violazione di questa “regola” avrebbe impatti decisamente negativi sulle prospettive del dollaro e che a quel punto metterebbe a nudo tutte le sue debolezze.

A distanza di due mesi dal Liberation Day di Trump grandi passi avanti nell’applicazione dei dazi e/o di eventuali accordi con gli altri competitor commerciali non si vedono.
La trattativa con la Cina è in stallo anche se una speranza si accende dopo l’annuncio di un nuovo incontro a Londra; stallo che al momento rimane anche verso l’Europa. Incombono decisioni di sospensione e ricorsi e l’incertezza regna sovrana dopo l’annuncio (l’ennesimo) di Trump di raddoppiare i dazi su acciaio ed alluminio.
L’evento macro più importante anche per comprendere quali strade potrebbe prendere la FED nei prossimi mesi rimane quello relativo ai dati sull’occupazione che ha confermato la creazione di quasi 140 mila posti di lavoro e disoccupazione al 4,2%. Qualche segnale di tensione si registra sugli stipendi cresciuti più del previsto.
Il dollaro subisce così nuovamente la pressione dei venditori complice anche una limatura dei rendimenti sui tratti più lunghi della curva. Verrebbe da dire che per fortuna Powell c’è visto che in assenza di un differenziale tassi così generoso il rapporto di cambio EurUsd si sarebbe già involato molto probabilmente oltre quota 1.20. A complicare il tutto per la stabilità del dollaro anche le forti tensioni che si registrano tra Trump e Musk dopo il burrascoso divorzio.
L’euro rimane in questo momento l’alternativa più credibile al dollaro e, come auspicato da Lagarde, un afflusso di capitali internazionali sulla moneta unica non sarebbe ostacolato da una BCE a quel punto anche facilitata nell’ultimo miglio sull’inflazione.
Banca centrale europea che come previsto ha tagliato i tassi al 2% sull’onda di dati di inflazione che confortano tale decisione.
Presa come modello da Trump (che si arrabbia di nuovo con Powell per la sua resistenza nel tagliare il costo del denaro), la BCE ha rivisto ulteriormente al ribasso le stime di inflazione per il 2025 adesso previste al 2%. Saremmo dunque di fronte oggi a tassi neutrali anche considerando la revisione al rialzo a +0.9% delle stime di crescita per l’anno in corso. Il futuro della politica monetaria europea adesso si fa più incerto.
Nonostante una remunerazione crescente del dollaro rispetto a quella offerta dalla valuta europea, è stridente la divergenza con l’andamento del cambio EurUsd.
Il differenziale di tasso tra Treasury americani e Bund tedeschi si allarga, ma EurUsd (qui presentato su scala inversa) risale, ovvero il dollaro si indebolisce.
Un segnale che conferma come il mercato continui a richiedere un premio per il rischio superiore per investire in biglietti verdi oggi ritenuti più rischiosi del passato.

Dopo il break rialzista di aprile per EurUsd si è visto il più classico dei pullback a ridosso di quella che era una linea di resistenza ora supporto. E poi la ripartenza. Un segnale chiaro di non volontà del mercato per il momento di ritornare sui propri passi e che rafforza il valore dei supporti di area 1,12 ma al tempo stesso mette in discussione le resistenze di area 1,15.
Il cedimento di questo livello aprirebbe le porte ad un allungo fino a 1,20.

I dazi imposti da Trump sono illegali. Anzi no. L’incredibile vicenda ha sede negli Stati Uniti e gli attori protagonisti sono l’Amministrazione Usa e la Us Court of Interntational Trade. Tre giudici di questa corte hanno stabilito che la legge invocata dal presidente per imporre le tariffe non gli conferisce l’autorità per farlo. Poche ore dopo l’Appello ha annullato questa decisione ripristinando i dazi. Il Presidente Trump ha poi messo il carico da novanta raddoppiando i dazi su acciaio ed alluminio accusando la Cina di non rispettare gli accordi.
La Corte aveva annullato i dazi imposti da Trump ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act, una legge del 1977 mai invocata prima sulle tariffe e che secondo i giudici non esistono le condizioni affinché venga utilizzata.
Ovviamente la reazione della Casa Bianca è stata furiosa e immediata è arrivata la sospensione della sentenza dalla Corte di Appello.
Rimane quindi un grande caos con la banca centrale americana che non prenderà nessuna decisione fino a quando non ci sarà un rallentamento economico. In settimana il faccia a faccia Trump-Powell non ha sortito grandi risultati se non l’invito del tycoon a muoversi sul costo del denaro (al ribasso), apparentemente inascoltata dal Presidente della FED.
Le borse ritornano vicine ai massimi storici, il dollaro si allontana dalla zona di pericolo, mentre i bond americani rimangono fragili vicini al 5% di rendimento trentennale dopo il downgrade di Moody’s.
Intanto sono stati pubblicati i dati di inflazione di aprile in Europa. In Francia continuano a raffreddarsi i prezzi al consumo in crescita di appena lo 0.6% ad aprile, il minimo da dicembre 2020. In Olanda però salgono ben oltre il 4%. Attenzione però alle aspettative a 12 mesi all’interno dell’Eurozona risalite sopra al 3%, mentre restano tiepide le attese a 5 anni attorno al 2.1%.
Quello che ha sorpreso in settimana è stato l’atteggiamento bullish verso l’euro del Presidente BCE Lagarde. Chiamandolo un “global euro moment” Lagarde ha messo in evidenza l’opportunità che può cogliere l’euro come valuta di riferimento in un contesto altamente incerto, incrementando il suo peso nelle riserve valutarie globali che oggi lo vedono con un peso inferiore al 20% ben lontano dal 57% del dollaro americano.
Non c’erano le condizioni per un break rialzista di EurUsd e lo abbiamo visto nella realtà del mercato.
Ancora una volta il test ravvicinato di area 1,15 è servito ai compratori di biglietti verdi per aumentare le posizioni scongiurando una rottura rialzista che avrebbe dato il via ad un processo di svalutazione del dollaro più corposo. Evidentemente non ci sono ancora la condizioni tecniche per questa evoluzione e così il trading range tra 1,10 e 1,15 può proseguire.

L’aver raggiunto un ipercomprato settimanale è stata la condizione necessaria per avallare l’ipotesi di un EurUsd in possibile ripiegamento, scenario che si sta effettivamente concretizzando. Come si vede dal grafico ogni volta che il cambio ha toccato la zona di ipercomprato settimanale negli ultimi 5 anni, poi a distanza di qualche settimana è arrivato un top primario.
E così è stato anche questa volta con il cambio che potrebbe ripiegare fino a 1,10 prima del ripristino degli acquisti di euro.

Il taglio del rating sul debito americano non ha prodotto gli stessi effetti di quasi 15 anni fa. All’epoca, nel 2011 ovvero quando S&P declassò il rating americano per la prima volta, la borsa perse il 7% mentre i rendimenti dei Treasury scesero alla ricerca del, sembra paradossale, porto sicuro.
Nulla di tutto ciò è accaduto lunedì scorso quando anche Moody’s è arrivata dopo 14 anni alla stessa conclusione ma innescando una reazione opposta, con borse indifferenti e rendimenti obbligazionari in salita.
Un’ascesa dei tassi che sembra contagiare anche paesi come il Giappone che ha visto salire i tassi trentennali sopra al 3%, il massimo degli ultimi 40 anni.
Il CBO (Congressional Budget Office) prevede nei prossimi 30 un’esplosione del rapporto tra debito e Pil in assenza di correttivi dal 98% al 155%; questo ha come conseguenza inevitabile la richiesta di un premio per il rischio più alto da parte del mercato aggravando il costo del servizio al debito. Sarà inevitabile il nuovo attacco di Trump ad un Powell che, come gran parte della FED, vuole vederci chiaro sugli effetti dei dazi su prezzi e occupazione.
Mentre il mercato si gode questa specie di limbo da dazi combinato ad un clima di attesa circa l’evoluzione del conflitto russo-ucraino, dalla FED infatti continuano ad arrivare segnali chiari sulla politica monetaria. Non si farà nulla almeno fino a settembre.
In Europa settimana chiusa con negatività dopo che Trump ha espresso la volontà di mettere nuovi dazi del 50% sull’import di merce dall’Europa se le trattative in corso non produrranno risultati. La BCE intanto rimane in attesa di dati che potranno dare la conferma circa l’opportunità di nuove manovre espansive sui tassi. Il riavvicinamento alla Gran Bretagna dopo la Brexit del 2016 è un segnale importante e di fiducia che sempre pesare sui favori che il mercato continua ad attribuire ad un euro che non sembra aver intenzione di cedere i supporti chiave di area 1,10.
Per il Dollar Index la zona di supporto poco sotto 100 ha fatto il suo lavoro anche considerando la solidità dei precedenti massimi del 2016 e del 2020. Era attesa una reazione che c’è stata anche se non siamo andati molto più in là dei minimi, segno di una debolezza strutturale del biglietto verde.
L’idea di una figura a “bandiera” che prosegue nella sua formazione rimane quindi in piedi con un dollaro che non dovrebbe andare a ritestare nel brevissimo i minimi in attesa della fine dell’estate quando potrebbero ripresentarsi pressioni in uscita dalla divisa statunitense più forti. Al momento il livello cruciale di supporto per il Dollar Index va posizionato attorno a 97, zona di transito della up trend line che sale dai minimi del 2011.

La media mobile a 50 giorni ha svolto un eccellente lavoro di contenimento rilanciando le quotazioni dell’euro. Anche i massimi del 2024 a fatica hanno contenuto la forza del biglietto verde ed ora si assiste ad un tentativo di interrompere la breve sequenza ribassista cominciata il 21 aprile.
Il fatto che la debolezza del dollaro sia arrivata in contemporanea con il taglio del rating americano e a fronte di tassi in rialzo indica una sfiducia degli investitori verso il debito americano.
