Trump annuncia un America in forte ripresa addossando tutte le colpe al precedente presidente per quanto riguarda soprattutto inflazione, immigrazione e forza diplomatica.
Al di là della propaganda l’aspetto che sta cominciando a preoccupare il mercato è la volontà di mettere la Federal Reserve sotto il controllo indiretto della Casa Bianca con l’elezione del sostituto di Powell che dovrà tenere conto delle opinioni di Trump che orientato ad avere tassi di interesse molto più bassi di quelli attuali.
Con mercati azionari non lontani dai massimi storici e inflazione che fatica a scendere sotto al 3% in modo stabile, il rischio potrebbe essere non indifferente nell’adottare questa strategia. E il dollaro sta infatti pagando il contesto.
L’America esce ridimensionata dallo shutdown dopo che le statistiche definitive del mercato del lavoro tra settembre e novembre sono state rese note. La media di nuove buste paga emesse nel trimestre è stata di appena 12 mila unità nel settore privato con il mese di ottobre che ha bruciato 105 mila posti di lavoro prima di recuperarne 64 mila a novembre.
Il costo del lavoro si è bloccato nella crescita a novembre ridimensionando a +3,5% il tasso di crescita dell’intero anno. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,6%, il massimo da settembre 2021.
Solo le vendite al dettaglio in crescita dello 0,8% hanno fornito un po’ di sereno in dati che potrebbero costringere la FED a più di un taglio nei tassi nel 2026.
Inflazione in ripiegamento ma con un dato parziale sempre a causa dell’assenza di tutte le informazioni provenienti dai vari distretti.
In Europa alcuni interessanti dati (seppur al di sotto delle attese) hanno confermato che la ripresa è in atto. Ad esempio, l’IFO tedesco si è mantenuto vicino ai 90 punti. I Pmi a loro volta si sono leggermente contratti ma rimangono sopra i 50 punti. Infine, bene lo Zew tedesco sui massimi degli ultimi 5 mesi. La BCE ha confermato che i tassi rimarranno fermi per l’intero 2026.
Intanto la Bank of England dopo il netto raffreddamento dell’inflazione salita del 3,2% su base annua contro attese del 3,4% e la disoccupazione salita al 5,1%, ha tagliato i tassi come da previsioni al 3,75%.
La figura di testa e spalla rialzista segnalata la scorsa settimana ha preso corpo arrivando a realizzare quello che era un obiettivo minimo. Un movimento al rialzo che potrebbe trovare la zona compresa tra 1,18 e 1,19 il punto ideale di arrivo prima di un ritorno dei compratori di dollari.
Fase che sarà comunque propedeutica ad un nuovo tentativo del biglietto verde di attaccare l’euro in zona 1,15/1,16 per cercare di spezzare una lateralità ormai evidente da tempo.

Dollar Index che subisce la stagionalità negativa (dicembre è il mese peggiore dell’anno) e il livello di supporto che sta nuovamente per essere sollecitato è di quelli che nei primi mesi del 2026 potrebbe alimentare una nuova reazione verso l’alto per il dollaro.
Non solo per una questione stagionale, gennaio e febbraio non sono così avversi al dollaro, ma anche di indicatori. Il tasso di variazione a 52 settimane sta infatti giungendo in prossimità di quella soglia spartiacque di -10% che in passato ha sempre innescato un rimbalzo del dollaro. Non dovesse esserci questa reazione per il dollaro si prospetterebbe un 2026 all’insegna della debolezza ancora più profonda di quella vista nel 2025.
