Il primo meeting dell’era Warsh va in archivio con un nulla di fatto. Tassi fermi al 3.5/3.75%, ma rimosso l’orientamento dovish. Sono stati 9 i membri su 18 che si sono orientati ufficialmente verso un aumento del Fed Funds rate. Il Presidente si è astenuto dal fornire indicazioni esplicite in tal senso, ma è evidente che in seno alla FED ci sono due correnti distinte. Conforta l’occupazione, il focus va necessariamente verso l’inflazione.
Reazione immediata del dollaro che si è rafforzato scendendo sotto 1,15, mentre i mercati cominciano addirittura a prezzare un possibile rialzo estivo dei tassi di interesse.
Se la variabile geopolitica va in archivio con l’accordo Usa-Iran e il prezzo del petrolio smette di essere in tensione, la ripresa economica, che non ha mai abbandonato gli States, può ripartire e di conseguenza l’inflazione rimanere un tema visto l’andamento dei prezzi alla produzione recente. Il deflatore del Pil è previsto attorno al 3,5% a fine anno, una percentuale che la FED non può trascurare nemmeno considerando l’imminenza delle elezioni. Il primo colpo, del resto, lo hanno battuto le vendite al dettaglio di maggio in deciso rialzo.
In Europa si guarda con fiducia alla riapertura di Hormuz e relativa distensione nei prezzi di gas e petrolio, necessari per indebolire l’inflazione ed evitare che la BCE vada oltre con l’aumento nei tassi di interesse. Anche per questo l’euro ha perso terreno nella sessione post FED.
Il grafico che potrebbe essere una sintesi perfetto del momento del dollaro americano è forse quello del Dollar Index su scala mensile.
Una sequenza rialzista cominciata dopo la crisi del 2008 e che ha coinciso con una forza relativa decisamente notevole per le borse americane.
Il Dollar Index, dopo un avvio timido, dal 2012 in avanti ha realizzato una poderosa salita fino al massimo del 2016 da cui partì una correzione terminata nel 2021.
Il picco post Covid del 2022 ha lasciato spazio ad una fase correttiva che negli ultimi mesi ha sollecitato diverse volte la up trend line, trovando sempre un sostegno che ha evitato l’inversione di tendenza. Questa fase ha in diverse occasioni testato area 96. Livello chiave anche perché rappresentativo del 38.2% di ritracciamento del bull market, ma anche zona di prezzo dove le due gambette correttive si eguagliano. Un ritorno sopra 102 del Dollar Index confermerebbe che la correzione è giunta al termine e una stagione bullish sarebbe alle porte. Non siamo lontani da questo livello che traslandolo su EurUsd possiamo identificarlo in 1,14.

Il post Warsh ha messo in chiaro che la debolezza del dollaro contro euro per il momento non è un tema con il potenziale rialzo dei tassi in America che metterebbe forse le ali al biglietto verde. Evidente l’importanza di 1,14 prima e 1,12 poi per le prospettive di EurUsd.
La formalizzazione della figura di testa e spalla, scendendo sotto 1,14, sarebbe un indizio molto forte della prossima direzione di un cambio che a quel punto potrebbe terminare l’estate un po’ a sorpresa con uno zero dopo la virgola.
