Pochi i dubbi sugli impatti negativi che la fiammata dei prezzi energetici avrà sull’inflazione globale, ma anche sull’economia inevitabilmente colpita da una crisi geopolitica che si esprime con un sostanziale nulla di fatto dei mercati azionari da inizio anno e rendimento dei bond in netta ascesa cominciando a scontare uno scenario di maggiore inflazione.
Inflazione che probabilmente vedrà nel 3% e non nel 2% la nuova normalità come alcune banche centrali in giro per il mondo si stanno accorgendo. Australia e Norvegia sono ad esempio due paesi produttori di materie prime che stanno cominciando a fare i conti con un’inflazione in aumento alla quale rispondono con aumenti dei tassi di interesse (Australia) o sospensione dei tagli (Norvegia).
Anche Stati Uniti ed Europa sono alle prese con problemi analoghi. Powell prossimo a passare il testimone da Presidente della FED ammette che lo scenario è troppo incerto per muoversi sui tassi con l’occupazione in stallo e il rischio di fiammate inflattive.
Sullo sfondo le elezioni di medio termine con Trump che dovrà portare risultati concreti se non vorrà presentarsi agli elettori con disoccupazione in aumento e prezzi delle benzine alle stelle.
Anche l’Europa vive un momento non certamente positivo dipendente come è dalle energie fossili. Preoccupa il prezzo di gas e petrolio, ma soprattutto la continuità degli approvvigionamenti. Stati già indebitati non potranno muoversi in modo espansivo sui bilanci come del resto la BCE sui tassi. Serve una maggiore visibilità sugli impatti che i recenti eventi avranno sull’inflazione. Ed abbassare il costo del denaro rischierebbe di gettare benzina sul fuoco su un euro già indebolito, ma che tutto sommato tiene le posizioni.
Il break ribassista di 1,16 ha trovato la sua conferma in chiusura di settimana, ma non ha avuto un seguito importante. Il minimo di agosto rappresenta l’ultimo scoglio prima di un affondo del biglietto verde fino ai corposi supporti di 1,12 dove troviamo i massimi del 2023 e del 2024, mentre poco sopra il 38.2% dell’intero precedente rialzo dovrebbe garantire la tenuta della moneta unica. La FED non ha espresso una visione troppo dovish nell’ultimo meeting, pur mantenendo ferma una previsione di riduzione nei tassi a fine anno. In questo momento il mercato tema la stagflazione e il bene rifugio dollaro fa comodo averlo in portafoglio. Ma come si è visto in chiusura di settimana la convinzione degli investitori non è poi così forte.

Il Dollar Index sta per chiudere il terzo trimestre dell’anno a ridosso di una resistenza cruciale. Con il netto rafforzamento soprattutto su euro e yen giapponese, il Dollar Index sta testando quota 100 che già in diverse occasioni ha arginato la forza del biglietto verde.
Considerando che dalle parti di 96 sono stati realizzati ben tre minimi, rompere al rialzo 100 ci proporrebbe un potenziale guadagno per il biglietto verde di un ulteriore 3-4% per i prossimi mesi. Probabilmente di maggiore tensione geopolitica e rischio recessione.
