Per l’ennesima volta il Presidente americano ha tentato di forzare la mano ai propri partners economici e militari nel tentativo di andare a una trattativa favorevole agli Stati Uniti.
Sulla questione groenlandese Trump ha però alzato troppo l’asticella scatenando reazioni da parte di alleati storici come il Canada e l’Europa pronti a risolvere la questione sullo stesso terreno minacciato dal tycoon, ovvero i dazi. Tutto ciò con un non irrilevante ingrediente che ha fatto desistere il Presidente dall’andare avanti.
Il debito americano per oltre il 40% della sua composizione è in mano alle istituzioni europee e lunedì evidentemente qualcuno deve aver pensato di servire sul piatto della trattativa proprio la vendita dei Treasuries.
Risultato, rendimenti decennali sui Treasuries schizzati al 4,3% e dollaro vicino a 1,18 contro euro. Alla fine Trump sembra essere sceso a miti consigli accettando l’intervento Nato in Groenlandia e accordi sullo sfruttamento dei ricchi giacimenti di terre rare. Per ora può bastare ma gli ex amici europei e canadesi non si fidano. Sicuramente il ciclone Trump non si fermerà qui e nuove puntate sono da mettere in preventivo.
Intanto vanno avanti in seno alla Casa Bianca le trattative per sostituire Powell alla Casa Bianca. Ancora riservo sul nome del futuro Presidente della FED che immaginiamo sarà più vicino alle posizioni di Trump e quindi ad un approccio meno hawkins sui tassi. L’economia però male non va e la questione è tutt’altro che semplice da attuare.
Per quello che riguarda l’Europa sul fronte economico nonostante tutte le turbolenze l’indice Zew tedesco conferma i miglioramenti in atto nel Vecchio Continente e nella stessa Germania che ha messo in archivio un quarto trimestre migliore delle aspettative.
Non servono analisi particolarmente complesse su EurUsd per capire cosa è successo lunedì scorso con una reazione molto limpida del mercato al tono dello scontro tra USA e Europa.
Il dollaro stava avvicinandosi ad un punto di supporto cruciale in zona 1,15 al di sotto del quale si poteva tranquillamente pronosticare un ritorno a 1,12 in un contesto benevolo per il biglietto verde.
Nulla di tutto ciò, ma oltretutto una debolezza del dollaro coincisa con un rialzo dei rendimenti americani a lunga scadenza, segno di capitali in uscita probabilmente dagli asset USA.
Un avvertimento al tycoon? Vedremo, certo per Trump potrebbe essere molto pericoloso portare EurUsd a “sfidare” le resistenze di 1.19.
Un superamento sarebbe fortemente bullish per i prossimi mesi primaverili in cui verrà meno il supporto stagionale per il biglietto verde.

Forse però i tempi per un break rialzista di EurUsd non sono ancora maturi.
Questo sembra suggerire il price oscillator, un indicatore che misura la differenza tra prezzo spot e media mobile a lungo termine.
Come si può apprezzare graficamente un price oscillator che supera certi livelli segnala la necessità di rifiatare per il cambio, non necessariamente un top primario immediato.
Questo è accaduto nei mesi scorsi con l’indicatore prima in ipercomprato e poi in divergenza con il cambio che ha agevolato l’avvio di questa fase laterale.
Fase che sta gradualmente riposizionando EurUsd sulla media mobile.
Dovesse esserci uno sfondamento verso il basso l’approccio verso il biglietto verde si farebbe più positivo ma al momento questo scenario ci sembra improbabile e non possiamo escludere un clamoroso break verso l’alto con nuovi ambiziosi obiettivi rialzisti per la primavera.
