In assenza di dati macro causa festività natalizie e di fine anno e in attesa delle nuove informazioni che arriveranno dai mercati nelle prossime sedute, può essere interessante fare una sintesi di un interessante report di J.P.Morgan pubblicato a fine 2025.
J.P.Morgan ha espresso la sua opinione sul futuro del dollaro americano. Dopo un ciclo rialzista di circa 14 anni culminato a inizio 2025 con un cambio effettivo reale ai massimi dagli anni ’80, il dollaro ha imboccato secondo gli analisti americani una nuova traiettoria ribassista che dovrebbe proseguire nei prossimi anni, salvo shock disordinati.
La forza del dollaro è stata alimentata da tre pilastri: crescita statunitense superiore al resto del mondo, migliori rendimenti reali e straordinaria performance dell’azionario USA, fiducia nelle istituzioni (stato di diritto, indipendenza della Fed, ruolo del dollaro come bene rifugio).
Questi pilastri stanno però cambiando. I dazi USA e la minore apertura commerciale ridurranno nel tempo il disavanzo delle partite correnti e quindi la domanda USA di beni esteri, costringendo Paesi come Cina e Germania a stimolare la domanda interna e trattenere più capitale “in casa”, invece di reinvestirlo in asset denominati in dollari. Allo stesso tempo, la reflazione in Giappone e il rialzo dei rendimenti locali incentivano gli investitori giapponesi, principali detentori stranieri di Treasury, a rimpatriare capitali, indebolendo ulteriormente il dollaro. E poi c’è la FED e il rischio che il suo nuovo Presidente non prenda decisioni indipendenti dagli umori di Trump. Ma anche il ruolo delle criptovalute come potenziale mezzo di pagamento concorrente al dollaro è messo tra i fattori di rischio per un biglietto verde che dovrebbe secondo JPM progressivamente indebolirsi.
Stimato in circa un 7% di eccesso di valutazione rispetto all’euro, gli analisti americani confermano l’opportunità di coprire parte degli attivi in dollaro nonostante un costo dell’hedging che sta scendendo ma rimane storicamente elevato.
Considerando che la preferenza relativa anche di valutazioni per le borse ex US tende storicamente a coincidere con una debolezza della valuta locale e che lo status di bene rifugio non pare essere in questo momento una caratteristica del biglietto verde, una minor esposizione al dollaro pare essere il messaggio di sintesi finale di questa analisi in buona parte condivisibile ma che dovrà passare per conferme di prezzo da parte del mercato.
Sotto il profilo squisitamente tecnico EurUsd ha fatto quello che doveva nel 2025. La gamba di rialzo sviluppata nel corso dell’anno è stata pari a quella 2022-2023 eguagliandola in ampiezza proprio a 1.19.
Era inevitabile una fase di stallo di fronte ad una resistenza così importante e quello che non dovrà succedere per l’euro sarà scendere sotto l’area di 1.12.
Ogni puntata verso il basso di EurUsd teoricamente rappresenterà una finestra di opportunità per coprire il rischio cambio dollaro, mentre uno strappo sopra 1.19 interromperebbe definitivamente una fase laterale preludendo a un 2026 ancora negativo per il biglietto verde.

Manca l’evento formale, ma se si dovesse verificare il break ribassista della up trend line che guida il rialzo del dollaro dal 2011 avremmo una quasi certezza temporale su quando arriverà quello che si preannuncerebbe come un minimo di assoluto spessore per il biglietto verde.
Un ciclo di lunghissimo termine ci dice che ogni 200 mesi circa il dollaro ha realizzato nella sua storia un bottom dal quale sarebbe ripartita una rabbiosa reazione.
Nella primavera del 2028 potremmo cominciare ad affilare le armi per andare lunghi di dollari se dovesse cedere quella zona di supporto di 96/97 attualmente interessata dal mercato.
Il cambio di guardia alla FED nel primo semestre del 2026 potrebbe essere il market mover ideale per suscitare una debolezza più forte sul dollaro.
