La BCE come previsto ha lasciato invariati i tassi al 2% confermando indirettamente che l’euro forte non rappresenta un problema. Anzi, aiuta a contenere le spinte inflazionistiche di una domanda interna che sta trainando la crescita dell’Eurozona.
Secondo uno studio BCE una crescita del 10% nel valore dell’euro riduce l’inflazione di circa 25 punti base dopo 12 mesi.
L’ultimo trimestre del 2025 ha visto crescere i consumi oltre le attese dello 0,3% con la disoccupazione in calo al 6,2%. Germania, Spagna e Italia sono cresciute più delle previsioni e questo serve anche per contestualizzare le recenti dichiarazioni di Merz circa l’effettiva forza dell’euro. Che per ora non ha inciso troppo sulla ripresa economica.
Anche in Gran Bretagna i tassi sono rimasti invariati ma qui il mercato pensa che la BOE a breve taglierà e questo ha contribuito a zavorrare la sterlina.
Economia che invece si fa beffe della politica monetaria (dando ragione a Powell e la FED sul mantenimento dei tassi al livello corrente) è quella americana. L’ISM manifatturiero è salito ai massimi da agosto 2022 sopra i 50 punti. Il rapporto tra nuovi ordini e scorte ha raggiunto il punto massimo da luglio 2021. Il sottoindice relativo all’occupazione migliora. Il sottoindice relativo ai prezzi pagati aumenta leggermente.
Tutti numeri che giustificano una risalita dei rendimenti decennali americani oltre il 4,25% offrendo un paracadute al biglietto verde che chiude in parte quella divergenza che si era venuta a creare con lo spread Usa-Germania in moderato allargamento da dicembre.
Gli amanti della tecnica delle candele giapponesi riconosceranno indubbiamente la figura di shooting star (stella cadente) che si è venuta a formalizzare alla fine della scorsa settimana dopo il tentativo di break di 1,19 da parte di EurUsd.
Tra nuovo Presidente della FED, ma soprattutto dati macro molto solidi, il dollaro ha così scongiurato quella rottura tecnica rialzista che aprirebbe uno squarcio nel futuro del biglietto verde.
Sappiamo da tempo che 1,19 rappresenta, forse ancora più di 1,20, un livello di resistenza importante. Qui la gamba rialzista cominciata nel 2025 eguaglia in ampiezza quella 2022-2023. Ma poco sopra troviamo anche il 38,2% di ritracciamento dell’intero ribasso di EurUsd cominciato nel 2008.
Ecco spiegato perché il mercato indugia su questi livelli. Il primo tentativo è fallito, da vedere se si tratta di un rinvio oppure di un segnale concreto di ritorno dei compratori sul biglietto verde. Al momento il nostro scenario preferito vede il dollaro americano ancora poco attraente in un ideale portafoglio di valute ex euro.

Se quella su EurUsd di fine gennaio è stata una bull trap lo scopriremo molto presto, precisamente nel momento in cui il cambio tornerà eventualmente a testare la zona di supporto di 1,15, violandola al ribasso. In quel caso avremo la conferma che il movimento dell’euro arrestato in prossimità di resistenze critiche come visto sopra, è stato una esasperazione di un rialzo destinato ad invertire rotta. Solo se il cambio scenderà sotto 1,15 la view sul biglietto verde cambierà favorevolmente.

Per l’ennesima volta il Presidente americano ha tentato di forzare la mano ai propri partners economici e militari nel tentativo di andare a una trattativa favorevole agli Stati Uniti.
Sulla questione groenlandese Trump ha però alzato troppo l’asticella scatenando reazioni da parte di alleati storici come il Canada e l’Europa pronti a risolvere la questione sullo stesso terreno minacciato dal tycoon, ovvero i dazi. Tutto ciò con un non irrilevante ingrediente che ha fatto desistere il Presidente dall’andare avanti.
Il debito americano per oltre il 40% della sua composizione è in mano alle istituzioni europee e lunedì evidentemente qualcuno deve aver pensato di servire sul piatto della trattativa proprio la vendita dei Treasuries.
Risultato, rendimenti decennali sui Treasuries schizzati al 4,3% e dollaro vicino a 1,18 contro euro. Alla fine Trump sembra essere sceso a miti consigli accettando l’intervento Nato in Groenlandia e accordi sullo sfruttamento dei ricchi giacimenti di terre rare. Per ora può bastare ma gli ex amici europei e canadesi non si fidano. Sicuramente il ciclone Trump non si fermerà qui e nuove puntate sono da mettere in preventivo.
Intanto vanno avanti in seno alla Casa Bianca le trattative per sostituire Powell alla Casa Bianca. Ancora riservo sul nome del futuro Presidente della FED che immaginiamo sarà più vicino alle posizioni di Trump e quindi ad un approccio meno hawkins sui tassi. L’economia però male non va e la questione è tutt’altro che semplice da attuare.
Per quello che riguarda l’Europa sul fronte economico nonostante tutte le turbolenze l’indice Zew tedesco conferma i miglioramenti in atto nel Vecchio Continente e nella stessa Germania che ha messo in archivio un quarto trimestre migliore delle aspettative.
Non servono analisi particolarmente complesse su EurUsd per capire cosa è successo lunedì scorso con una reazione molto limpida del mercato al tono dello scontro tra USA e Europa.
Il dollaro stava avvicinandosi ad un punto di supporto cruciale in zona 1,15 al di sotto del quale si poteva tranquillamente pronosticare un ritorno a 1,12 in un contesto benevolo per il biglietto verde.
Nulla di tutto ciò, ma oltretutto una debolezza del dollaro coincisa con un rialzo dei rendimenti americani a lunga scadenza, segno di capitali in uscita probabilmente dagli asset USA.
Un avvertimento al tycoon? Vedremo, certo per Trump potrebbe essere molto pericoloso portare EurUsd a “sfidare” le resistenze di 1.19.
Un superamento sarebbe fortemente bullish per i prossimi mesi primaverili in cui verrà meno il supporto stagionale per il biglietto verde.

Forse però i tempi per un break rialzista di EurUsd non sono ancora maturi.
Questo sembra suggerire il price oscillator, un indicatore che misura la differenza tra prezzo spot e media mobile a lungo termine.
Come si può apprezzare graficamente un price oscillator che supera certi livelli segnala la necessità di rifiatare per il cambio, non necessariamente un top primario immediato.
Questo è accaduto nei mesi scorsi con l’indicatore prima in ipercomprato e poi in divergenza con il cambio che ha agevolato l’avvio di questa fase laterale.
Fase che sta gradualmente riposizionando EurUsd sulla media mobile.
Dovesse esserci uno sfondamento verso il basso l’approccio verso il biglietto verde si farebbe più positivo ma al momento questo scenario ci sembra improbabile e non possiamo escludere un clamoroso break verso l’alto con nuovi ambiziosi obiettivi rialzisti per la primavera.

Settimana densa di eventi macro negli Stati Uniti.
Ma l’avvio di settimana ha visto subito come top news la messa sotto indagine del Presidente della FED Powell per i costi della nuova sede della banca centrale, già più volte invocata da Trump come uno dei punti più oscuri della guida di Powell. il rischio di un progressivo smantellamento dell’indipendenza della FED rappresenta un fattore che remerebbe in teoria contro il dollaro che però in settimana ha conosciuto anche l’atteso dato sull’inflazione di dicembre e soprattutto il giudizio della Corte Suprema sui dazi.
L’inflazione statunitense continua il suo lento degradare verso l’obiettivo 2% della FED con il tasso core che a dicembre è cresciuto al passo più basso da marzo 2021 (2.6%). Il mercato sconta per certo però un nulla di fatto nel FOMC del 28 gennaio mentre si moltiplicano le speculazioni sulla futura guida della FED visto che proprio Powell a maggio terminerà il suo mandato.
Bene anche il mercato del lavoro con i sussidi alla disoccupazione che inaspettatamente sono scesi la scorsa settimana.
Ma indubbiamente a tenere banco sullo sfondo sono soprattutto gli eventi geopolitici dove si intrecciano anche gli interessi europei, cinesi e medio orientali.
Dopo il Venezuela sembra adesso essere il turno dell’Iran con le rivolte popolari che mettono a rischio il regime che sta reagendo con una repressione molto violenta.
Passa in secondo piano anche la questione ucraina visto che per l’Europa si apre il fronte groenlandese con le mire di Trump sull’isola più grande del mondo sotto il controllo della Danimarca e comunque della Nato. L’invio di un piccolo contingente di forze militari pan europee rischia di aumentare le tensioni con gli USA.
Una serie di eventi che per il momento non hanno scalfito l’ottimismo di mercati azionari a nuovi massimi storici mentre è stallo sul mercato obbligazionario. Il dollaro invece riprende ancora qualche posizione sull’euro tornando in zona 1,16.
Da inizio anno EurUsd ha avuto praticamente una sola direzione che è stata quella moderatamente ribassista. Il ritorno di interesse sul biglietto verde ha motivazione di sentiment (c’era troppo ottimismo attorno al dollaro) e di stagionalità (gennaio e febbraio storicamente sono mesi favorevoli al biglietto verde).
Una tendenza che prosegue e che troverà nella linea di supporto di 1,15 il punto cruciale sul quale si potranno definire nuove strategie tattiche su EurUsd.
Non escludo un interessamento di questa zona di prezzo nelle prossime settimane.

L’ipercomprato estivo su EurUsd sta lasciando spazio ad una lunga fase laterale che normalizza il sentiment di operatori troppo esposti al lato long euro.
Un movimento, quello del cambio, che idealmente potrebbe portarci fino ai supporti di 1,124 dove probabilmente i compratori di euro si riaffaccerebbe in modo più convinto a quel punto con una condizione di oscillatori decisamente meno “estrema” rispetto ai mesi precedenti.
Per le prossime settimane sono quindi due i livelli sui quali potrebbe essere opportuno ricominciare ad accumulare posizioni long di euro, 1,15 e 1,124.

La destituzione del Presidente venezuelano Maduro ha aperto nuovi scontri geopolitici all’interno di un sistema già di per sé teso. Russia e Cina immediatamente hanno sollevato critiche all’azione americana di sostituire la guida venezuelana prendendo praticamente una sorta di controllo politico e commerciale del paese, soprattutto per quello che riguarda il controllo delle risorse naturali.
Ma Trump sta alzando il tiro anche nel tentativo di preparare un possibile giudizio avverso proveniente dalla Corte Suprema sui dazi, ma pure sui file del caso Epstein che potrebbero vederlo coinvolto.
Il Presidente ha così allargato le sue mire verbalmente su altri paesi del Sud America come Messico e Colombia, ma anche sulla Groenlandia, territorio sotto il controllo politico danese ma che gli Stati Uniti vorrebbero “acquistare” perché ricco di materie prime e nelle mire di Russia e Cina. Il confronto-scontro con l’Europa dopo la questione ucraina rimane sul campo.
I dati americani confortano soprattutto lato non manifatturiero. L’Ism servizi è risultato ben superiore alle aspettative, in crescita rispetto al mese precedente. Soprattutto, è apparsa convincente la componente anticipatrice dei nuovi ordini, ai massimi degli ultimi quattordici mesi. In raffreddamento anche la componente dei prezzi pagati e questo è un messaggio rassicurante per una FED che può contare anche su una disoccupazione in calo, mentre i posti di lavoro creati a dicembre non sono stati più di 50 mila.
Il dato di inflazione in Eurolandia ha fissato nel 2% il dato su base annua, in perfetta sintonia con i tassi ufficiali. Mercati che finora hanno dato credito a Lagarde la quale ha promesso stabilità nella politica monetaria. Di questo non ne ha beneficiato l’euro che ha ripiegato fino a 1,16.
Certamente indispone questa incapacità della moneta unica di salire ulteriormente oltre le resistenze, ma sappiamo anche che fino alla fine di febbraio la stagionalità sorride al dollaro.
Il cambio più importante del pianeta non è riuscito in questo inizio di anno ad avere ragione delle resistenze. Un sentiment eccessivamente favorevole all’euro combinato a una stagionalità sfavorevole agevolano un processo di trading range che troverà in zona 1,15 un primo momento della verità. Qui passa la neck line di un potenziale testa e spalla che, se violata riporterebbe EurUsd fino a 1,125 con possibile estensione fino a 1,105 il 38,2% di ritracciamento di tutto il bull market recente.

Un fattore che rimane sotto traccia, ma dagli effetti potenzialmente esplosivi per EurUsd, è quello di una volatilità che rimane molto compressa. Le bande di Bollinger ancora una volta confermano, con la vicinanza tra bande superiori e inferiori che fanno risaltare un trading range che potrebbe uscire da qualsiasi lato avviando un nuovo trend nel 2026. Permangono valide le indicazioni di tenere sotto stretta osservazione 1,19 e 1,15 come i due livelli oltre i quali la volatilità su EurUsd potrebbe avere qualcosa da dire.

In assenza di dati macro causa festività natalizie e di fine anno e in attesa delle nuove informazioni che arriveranno dai mercati nelle prossime sedute, può essere interessante fare una sintesi di un interessante report di J.P.Morgan pubblicato a fine 2025.
J.P.Morgan ha espresso la sua opinione sul futuro del dollaro americano. Dopo un ciclo rialzista di circa 14 anni culminato a inizio 2025 con un cambio effettivo reale ai massimi dagli anni ’80, il dollaro ha imboccato secondo gli analisti americani una nuova traiettoria ribassista che dovrebbe proseguire nei prossimi anni, salvo shock disordinati.
La forza del dollaro è stata alimentata da tre pilastri: crescita statunitense superiore al resto del mondo, migliori rendimenti reali e straordinaria performance dell’azionario USA, fiducia nelle istituzioni (stato di diritto, indipendenza della Fed, ruolo del dollaro come bene rifugio).
Questi pilastri stanno però cambiando. I dazi USA e la minore apertura commerciale ridurranno nel tempo il disavanzo delle partite correnti e quindi la domanda USA di beni esteri, costringendo Paesi come Cina e Germania a stimolare la domanda interna e trattenere più capitale “in casa”, invece di reinvestirlo in asset denominati in dollari. Allo stesso tempo, la reflazione in Giappone e il rialzo dei rendimenti locali incentivano gli investitori giapponesi, principali detentori stranieri di Treasury, a rimpatriare capitali, indebolendo ulteriormente il dollaro. E poi c’è la FED e il rischio che il suo nuovo Presidente non prenda decisioni indipendenti dagli umori di Trump. Ma anche il ruolo delle criptovalute come potenziale mezzo di pagamento concorrente al dollaro è messo tra i fattori di rischio per un biglietto verde che dovrebbe secondo JPM progressivamente indebolirsi.
Stimato in circa un 7% di eccesso di valutazione rispetto all’euro, gli analisti americani confermano l’opportunità di coprire parte degli attivi in dollaro nonostante un costo dell’hedging che sta scendendo ma rimane storicamente elevato.
Considerando che la preferenza relativa anche di valutazioni per le borse ex US tende storicamente a coincidere con una debolezza della valuta locale e che lo status di bene rifugio non pare essere in questo momento una caratteristica del biglietto verde, una minor esposizione al dollaro pare essere il messaggio di sintesi finale di questa analisi in buona parte condivisibile ma che dovrà passare per conferme di prezzo da parte del mercato.
Sotto il profilo squisitamente tecnico EurUsd ha fatto quello che doveva nel 2025. La gamba di rialzo sviluppata nel corso dell’anno è stata pari a quella 2022-2023 eguagliandola in ampiezza proprio a 1.19.
Era inevitabile una fase di stallo di fronte ad una resistenza così importante e quello che non dovrà succedere per l’euro sarà scendere sotto l’area di 1.12.
Ogni puntata verso il basso di EurUsd teoricamente rappresenterà una finestra di opportunità per coprire il rischio cambio dollaro, mentre uno strappo sopra 1.19 interromperebbe definitivamente una fase laterale preludendo a un 2026 ancora negativo per il biglietto verde.

Manca l’evento formale, ma se si dovesse verificare il break ribassista della up trend line che guida il rialzo del dollaro dal 2011 avremmo una quasi certezza temporale su quando arriverà quello che si preannuncerebbe come un minimo di assoluto spessore per il biglietto verde.
Un ciclo di lunghissimo termine ci dice che ogni 200 mesi circa il dollaro ha realizzato nella sua storia un bottom dal quale sarebbe ripartita una rabbiosa reazione.
Nella primavera del 2028 potremmo cominciare ad affilare le armi per andare lunghi di dollari se dovesse cedere quella zona di supporto di 96/97 attualmente interessata dal mercato.
Il cambio di guardia alla FED nel primo semestre del 2026 potrebbe essere il market mover ideale per suscitare una debolezza più forte sul dollaro.

Donald Trump voleva di più, ma Powell ha concesso solo 25 punti base di riduzione nel costo del denaro, decisione ampiamente scontata dai mercati da diverse settimane. La cautela serpeggia nel FOMC e fino a maggio, data in cui si insedierà il nuovo Presidente della FED, non si dovrebbe andare oltre un solo taglio nei tassi che scenderebbero quindi al 3.5% in attesa del cambio di guida probabilmente filo trumpiana e quindi decisamente più orientata alla riduzione del costo del denaro.
A frenare la banca centrale nel compiere mosse più aggressive la carenza di dati causa shutdown, ma anche un’inflazione che come ha dimostrato il deflatore del Pil fatica ad allontanarsi dalla zona 3% (ultimo dato 2.8%).
Da capire quanto tutto ciò sia effetto dazi, oppure effetto di un’economia ancora surriscaldata sul fronte immobiliare e finanziario visto il recente nuovo ritocco dei massimi storici da parte dei mercati. Quello che preoccupa la FED è un persistere dei tassi a lunga scadenza sopra il 4%, segno che il mercato vede tensioni inflattive nel medio periodo.
A questo si aggiunge una persistente tensione sul mercato del lavoro a causa del minor afflusso di immigrati che alza il costo del lavoro e le tensioni salariali.
Fin da subito la Federal Reserve si impegnerà ad acquistare sul mercato titoli a breve scadenza inizialmente per 40 miliardi di dollari (poi progressivamente meno), e fino ad aprile. Un nuovo QE non tanto necessario per creare liquidità ma per ricostituire le riserve bancarie e gestire meglio le recenti tensioni sul mercato della liquidità overnight.
A tenere banco però sono soprattutto le tensioni con gli ormai ex alleati europei stando alle dichiarazioni di Trump. Una pericolosa escalation attorno alla questione bellica ucraina che stando al piano di pace concordato tra Russia e Usa metterebbe ai margini l’Europa e costringerebbe l’Ucraina a una sostanziale resa.
Tensioni che proseguono e che rischiano di minare il processo di ripresa in corso ben rappresentato dalla contrazione dello spread tra rendimenti americani e tedeschi ormai arrivato ai minimi degli ultimi 2 anni sotto quota 140 punti base. Elemento di mercato che fa però bene all’euro.
Sapevamo che dicembre sarebbe stato un mese tradizionalmente positivo per l’euro e la regola si sta confermando. A trascinare al rialzo la moneta unica europea non solo il taglio dei tassi americano a fronte di tassi in Europa stabili o addirittura visti in aumento da alcuni esponenti BCE nel corso del 2026, ma anche una contrazione dello spread di rendimento tra tassi decennali americani e tedeschi, indicatore a cui è sempre molto legato l’andamento di EurUsd.
Come vediamo dal grafico lo spread è ai minimi degli ultimi 2 anni e chi sembra in ritardo nell’aggiustamento di prezzo pare proprio EurUsd che dovrebbe posizionarsi a livelli superiori rispetto a quelli attuali, almeno stando a queste metriche.

Dal punto di vista tecnico non sembrano esserci grandi dubbi. EurUsd ha formalizzato una figura di testa e spalla rialzista che dovrebbe alimentare un rialzo capace di spingere il cambio fino sotto i massimi di area 1,18/1,185 nelle prossime settimane. La stagionalità, come detto, è favorevole all’euro, gli oscillatori sono ben impostati per un ulteriore allungo ed ora anche l’analisi grafica sembra supportare questo movimento.

L’imminente taglio dei tassi da parte della Federal Reserve questa settimana è circondato da diversi dubbi su quanto poi sarà seguito da nuove manovre espansive nel corso del 2026.
Nelle ultime settimane il ritorno dei dati macro dopo lo shutdown e qualche dichiarazione contrastante da parte di esponenti FED ha riacceso la speculazione attorno ad un nulla di fatto addirittura fino a maggio, mese in cui Powell abbandonerà la guida della FED.
I rendimenti a lunga scadenza non sono riusciti a scalfire la soglia del 4% e questo potrebbe essere effettivamente un viatico per una pausa da parte del FOMC.
In realtà dati macro come l’Ism servizi hanno confermato una ripresa in corso sorprendendo verso l’alto con la componente prezzi in ulteriore raffreddamento.
Opposto però l’andamento dell’ISM manifatturiero sceso ai minimi da 6 sei mesi a questa parte e deludente pure la produzione industriale. A quanto pare, i dazi non hanno riacceso l’industria americana della manifattura.
Il mercato del lavoro non sembra in tensione stando alle richieste settimanali di sussidi alla disoccupazione. I prezzi faticano però a rientrare verso l’obiettivo del 2% come confermato dal PCE uscito a +2,8% a novembre. Dato core in rialzo del 2,8%.
In Europa gli indici anticipatori Pmi hanno fornito risposte confortanti salendo ben oltre i 50 punti con l’inflazione che a sua volta in modo inatteso è risalita al 2.2%. La BCE non si muoverà a questo punto sui tassi di interesse.
L’incertezza americana, assieme al ritrovato sentiero di moderata crescita europea, riporta il denaro sull’euro che torna a puntare le resistenze su EurUsd come vedremo tra poco.
Mettiamoci la stagionalità, mettiamoci il taglio dei tassi della FED e la prospettiva di una guida più dovish nel 2026, mettiamoci la necessità di ripianare i bilanci federali tinti di rosso negli ultimi anni, ma per il dollaro ancora non sembrano intravedersi buone motivazioni per rimanere o andare lunghi.
La volatilità su scala settimanale è decisamente compressa come possiamo apprezzare dalla vicinanza dei due estremi delle bande di Bollinger, superiore ed inferiore. Sopra 1,18 oppure sotto 1,15 qualcosa di importante dovrebbe accadere e quindi meglio stare all’erta.
A giudicare dall’impostazione assunta da un oscillatore di momentum come l’SMI il movimento prossimo dovrebbe essere verso l’alto permettendo all’euro un nuovo assalto a quella zona di 1,19/1,20 ora più agevolmente raggiungibile grazie ad un sentiment più equilibrato su euro e dollaro.

Vogliamo riproporre il grafico giornaliero di EurUsd perché proprio qui si vedono chiaramente le intenzioni di mercati che hanno già forzato la down trend line di breve periodo completando una figura di testa e spalla rialzista che dovrebbe condurci almeno a 1,18 nelle prossime sedute FED permettendo.
A quel punto anche l’ipotetica figura di testa e spalla, stavolta ribassista con impatti di medio periodo, andrebbe in soffitta definitivamente e il raggiungimento di nuovi massimi sarebbe gioco facile per la moneta unica europea che a quel punto potrebbe guardare al 2026 come anno in cui piazzare un colpo fatale al dollaro americano.

La festa del Ringraziamento dovrebbe essere salva. La fine dello shutdown firmata da Donald Trump avverrà con una contestuale riapertura delle attività federali e con diversi dipendenti pubblici che potranno tornare al lavoro, ma anche con gli aiuti alimentari a tante famiglie in stato di bisogno che potranno ritornare a essere depositati sui conti correnti.
Per chi sta sui mercati saranno soprattutto i dati macroeconomici assenti da molto tempo a essere osservati con estrema attenzione. Soprattutto i dati sull’occupazione si teme daranno risposte non positive vista l’inattività di diversi servizi federali con ricadute inevitabili anche su quelli privati.
Anche la Federal Reserve si metterà al lavoro per estrapolare tutte le informazioni che servono per arrivare al prossimo FOMC preparata e prendere la decisione migliore. Che potrebbe essere quella di un taglio dei tassi salvo rigurgito dell’inflazione di novembre, ma anche un nulla di fatto come diversi esponenti della banca centrale (e lo stesso mercato che sconta una probabilità del 50% di taglio) lasciano trapelare.
Una situazione di stallo che non ha influenzato i listini azionari dove si sta però assistendo ad una rotazione settoriale evidente con il ritorno dei farmaceutici e dello stile value a discapito del growth.
Nulla di nuovo dall’Europa dove l’indice Zew tedesco non ha mostrato numeri particolarmente incoraggianti ma che non cambieranno la decisione di stabilità della BCE nel prossimo meeting di politica monetaria. Chi taglierà a dicembre dovrebbe essere invece la Bank of England che attenderà la presentazione del budget di bilancio governativo a fine novembre prima di abbassare i tassi visto la stato abbastanza fiacco dell’economia britannica.
Osservando il grafico del Dollar Index, ovvero quell’indice che sintetizza il valore spot del dollaro contro le principali valute mondiali (l’euro ha il peso maggiore seguito dallo yen), vediamo come il bel tentativo di reazione del biglietto verde è naufragato proprio sul più bello.
Il doppio minimo di giugno-settembre sembrava essere in procinto di essere formalizzato con tanto di ipotesi di rally misurabile in circa il 3-4% verso l’alto, ma niente di questo è avvenuto. Un ripiegamento quello che stiamo vedendo che fa pensare a una trappola per tori per il Dollar Index, con la resistenza di quota 100 che si dimostra ancora invalicabile. Un ritorno nella parte bassa di questo range non è improbabile a questo punto.

Non è andato oltre i primi supporti di 1.15 EurUsd e questo, in un contesto stagionalmente favorevole al dollaro, fa riflettere.
Gli oscillatori si sono resettati e attendiamo la graduale ripresa delle pubblicazioni delle esposizioni net long e short sui mercati futures per capire dove si sono posizionati speculatori e arbitraggisti. Certamente il sentiment negativo verso il dollaro è decisamente ridimensionato e questo offrirebbe carburante all’euro per salire.
Intanto un oscillatore come lo Stochastic Momentum Index sembra offrire segnali bullish che potrebbero proiettare il cambio verso quell’area di 1,18/1,19 che ha fatto da prima barriera nel precedente tentativo dell’euro.

Donald Trump esce sconfitto dalle elezioni di sindaco della città di New York e non la prende bene incolpando lo shutdown come causa principale dell’affermazione dei democratici. Un segnale da non sottovalutare per il tycoon in vista delle elezioni di medio termine del prossimo anno e che si inserisce in una fase di incertezza ancora più alta causata dall’assenza di dati macro provenienti dal mercato, dall’assenza di informazioni sul posizionamento di speculatori e operatori istituzionali sul mercato futures, dal giudizio sospeso circa la legittimità dei dazi che arriverà dalla Corte Suprema, e infine da un Powell più falco del solito che ha allontanato i rendimenti a scadenza decennale dalla soglia del 4% favorendo il dollaro.
Un po’ di risk off da parte del mercato dopo l’ennesima chiusura di mese positiva ad ottobre ha fatto il resto con il denaro tornato sul biglietto verde visto come safe haven decisamente più di Bitcoin crollato di oltre il 20% in un mese.
Tra i pochi dati macro usciti di fonte non federale, l’Ism manifatturiero sceso più delle previsioni e sempre sotto i 50 punti. La risalita del rapporto nuovi ordini-scorte suggerisce che le aziende stanno vedendo migliorare le prospettive sull’inizio del 2026. Importante anche il dato sull’Ism prezzi sceso ulteriormente sotto quota 60.
Questo appare un buon viatico per confidare in un nuovo taglio nei tassi FED il 10 dicembre nonostante le parole più hawkins che stanno uscendo da alcuni membri del FOMC.
Tra gli altri dati l’ADP di ottobre ha confermato un mercato del lavoro non frizzante ma nemmeno che perde posti di lavoro. Infine, l’ISM servizi che ha battuto le stime degli analisti.
Dall’Europa poche novità se non la grande attesa che circonda la presentazione del nuovo piano di bilancio inglese, nell’ultimo tempo sempre fattore in grado di generare parecchia volatilità su bond e sterlina.
Le ultime affermazioni del Presidente della FED, decisamente meno dovish rispetto alle settimane precedenti, hanno favorito un riallargamento degli spread di tasso tra decennale americano e tedesco.
Un differenziale di tassi che sembra aver trovato in 140 punti base un punto di sostegno importante e che ha coinciso con la vigorosa reazione del dollaro riportatosi a ridosso di 1,15 nel rapporto con l’euro. Come vedremo tra poco la soglia tecnica di supporto è molto importante in chiave prospettica.

Il grafico giornaliero ci fa apprezzare il momento tecnico che sta vivendo EurUsd.
Da metà settembre in avanti il cambio ha innestato la retromarcia dopo aver toccato con precisione chirurgica le resistenze di area 1,19. Al momento possiamo catalogare questa fase come semplice correzione che rimarrà tale fino a quando i supporti di 1,14 (media mobile a 200 giorni e minimi di luglio) reggeranno. Perdere questo supporto ci proietterebbe in zona 1,126 dove presumibilmente tornerebbero a montare le pressioni in vendita sul biglietto verde. Scenario che riteniamo al momento poco probabile.

Il deal con l’amministrazione americana è costato nell’immediato circa un 3% ad un euro che è sceso soprattutto perché aveva raggiunto condizioni di sentiment positivo estreme e compatibili con un top.
Un movimento che per ora toglie pressione anche alla BCE nel ridurre ulteriormente i tassi di interesse, mossa che il mercato stima in massimo 25 punti base nei prossimi 12 mesi. Se ne riparlerà eventualmente dopo Jackson Hole come per la FED che ha confermato i tassi invariati scatenando l’ira di Trump che si dice comunque sicuro che Powell agirà a settembre.
Powell, pur tenendo conto di due dissensi all’interno del FOMC, ha ribadito che i prossimi dati sull’inflazione e lo stato dell’economia saranno decisivi perché cominceranno ad incorporare gli aumenti di prezzo causati dai dazi. E visti i dati sull’occupazione di luglio molto deludenti le premesse per un “cut” a settembre ci sono tutte.
FED che potrà così cominciare a fare calcoli più precisi di inflazione attesa sui riflessi di dazi al 15% per Europa (anche se i dettagli del deal sono lontani dall’essere definiti) e Giappone. Con la Cina la proroga mantiene uno status quo benigno, così come il Messico, mentre India e Brasile sembrano destinate ad essere colpite duramente da un’amministrazione che mischia deficit commerciali a politica nell’applicazione di queste percentuali. Canada e Svizzera sono state a loro volte colpite duramente dalle nuove misure annunciate dall’Amministrazione USA.
Il centro di ricerca indipendente di Yale con l’ingresso delle nuove tariffe UE al 15% ha ritoccato al 18,2% il tasso effettivo di dazi applicato dagli Stati Uniti, il più alto dal 1934 ed in crescita del 2,4% da gennaio 2025. Secondo l’istituto di ricerca l’impatto sul Pil sarà di -0,5% sul 2025 con un incremento dei prezzi al consumo del 1,8% nel breve periodo.
Per EurUsd la correzione in corso ha forzato in un colpo solo la media mobile a 50 giorni formalizzando una sorta di doppio massimo il cui obiettivo (1,14) è stato raggiunto. Zona di 1,12 rappresenterebbe comunque l’ideale punto di atterraggio della discesa sulla quale le coperture di rischio cambio sul dollaro americano potrebbero ricominciare ad essere implementate nell’ottica di una ripresa del bull market dell’euro. Da queste parti infatti annotiamo una serie di supporti statici molto importanti e che potrebbero frenare l’avanzamento del dollaro. Dollaro che però ha preso malissimo il dato sull’occupazione americana rispedendo EurUsd immediatamente sopra 1,16. Forse la correzione è già finita.

Tracciando delle semplici trend line sul grafico del Dollar Index potremmo effettivamente essere di fronte all’esaurimento della correzione cominciata nel 2022 e che ha visto un interessamento della base inferiore di un canalone rialzista che guida il mercato dalla crisi del 2008.
Qualcosa però non ci convince dal lato dell’analisi tecnica. Utilizzando ad esempio un oscillatore come lo Stochastic Momentum Index, ci accorgiamo che durante questo periodo storico ogni bottom primario è stato realizzato quando l’SMI è sceso in ipervenduto. Ad oggi questa situazione non si è ancora realizzata con la media mobile che solo ora ha assunto un’inclinazione ribassista.
Questo ci porta a pensare che il rimbalzo doveroso delle ultime sedute sarà più avanti seguito da una nuova discesa che metterà sotto pressione il Dollar Index per andare a definire un bottom primario dal quale ripartire.
