La BCE fa quello che deve aumentando i tassi di 25 punti base mettendosi in attesa dei propri dati di inflazione con un sentimento misto tra la confidenza che un accordo di tregua tra Iran e USA possa sbloccare Hormuz e raffreddare i prezzi del petrolio e il timore che il riaccendersi degli scontri allontani questo scenario soffiando sul fuoco dell’inflazione. I tassi ufficiali reali sono negativi spiegando in parte l’incapacità dell’euro di superare le resistenze. Ma anche in America l’inflazione comincia a far tremare Trump.
Pubblicati i dati dell’inflazione americana e come previsto i prezzi al consumo salgono del 4.2% in rialzo rispetto ad aprile (3.8%). In rialzo anche il dato core al 2.9%.
Le borse non hanno preso bene il dato ma si guarda con fiducia al calo del petrolio e alla possibile tregua definitiva all’orizzonte. Il timore dei mercati è però un altro: una FED meno indipendente rispetto al passato.
I prossimi mesi in tal senso saranno decisivi per capire di che pasta è fatto Kevin Warsh, ma certamente quell’inflazione che Trump ha usato come arma elettorale contro Biden ora rischia di rivoltarsi contro il Tycoon nelle elezioni di mid terms.
La politica di taglio nei tassi da parte della FED ha fatto indubbiamente raffreddare i tassi sui mutui che però hanno ricominciato a salire al passo del costo del debito decennale sul mercato. Effetto crescita sì, ma anche una componente di minor desiderio dei flussi esteri nel comprare debito americano in dollari a rendimenti che rischiano, di fronte a una FED immobile, di essere sempre meno attraenti e negativi in termini reali. Mettendo in difficoltà il biglietto verde.
L’evento va segnalato. Quando EurUsd guadagna oltre il 10% in 12 mesi e poi torna a vantare un bilancio annuo negativo (come ora), il destino dei mesi seguenti sembra segnato. Ovvero un proseguimento della discesa del cambio.
Al momento non si può certamente parlare di vera e propria discesa vista la stancante lateralità in atto tra 1,14 e 1,19, ma si sa che quando la volatilità si comprime troppo poi a un certo punto esplode in un colpo solo, da una parte o dall’altra.
Per quello che riguarda la storia di EurUsd questo pattern di evoluzione ribassista nel cambio sembra confermato a livello grafico. Fatta eccezione per i drammatici cali del 2008 e del 2010 che comunque proseguirono per un ulteriore mese con lunghe candele nere, gli eventi seguenti di passaggio da positività a negatività su base annua sono sempre stati seguiti da ribassi di EurUsd.
Staremo a vedere se questa volta è diverso, ma un break ribassista di 1,14 sarebbe da interpretare come fortemente bullish per il dollaro.

Non servono grandi analisi per comprendere come la volatilità sia il grande assente sul mercato di EurUsd. Ormai da quasi un anno, dopo la sparata post Liberation Day, EurUsd si muove tra 1,14 e 1,19 con oscillazioni comunque limitate e che come confermato dalle bande di Bollinger molto vicine tra loro, non offrono grandi spunti nemmeno per fare una speculazione long short sul cambio EurUsd vista la lentezza dei movimenti tra supporti e resistenze.

L’11 giugno la BCE dovrebbe alzare i tassi di 25 punti base per la gioia dei possessori di fondi monetari che però devono anche fare i conti con un’inflazione salita al 3,2% a maggio rispetto al 3% di aprile.
Il dato core a sua volta è cresciuto del 2,5% rispetto al 2,2% di aprile con l’inflazione da servizi in ascesa del 3.5% a testimonianza che il caro energia si sta già trasmettendo oltre.
Se è vero che l’inflazione salariale rimane ancora contenuta, ad aggiungere preoccupazione sono tutti gli indici Pmi prezzi dei principali paesi della zona euro che stanno puntando verso l’alto aumentando le probabilità che l’inflazione rimanga sopra al 3% più a lungo del previsto in Europa.
Un discorso analogo si potrebbe fare per gli Stati Uniti come confermato dal recente Beige Book della FED. Gli indici Pmi hanno nella componente prezzi una delle sottocomponenti più effervescenti e questo potrebbe presto tradursi in inflazione anche al consumo.
A quel punto che farà la nuova FED di Warsh? Il neo Governatore deve anche fare i conti con dati sull’occupazione oltre le attese a maggio con oltre 170 mila nuovi posti di lavoro creati. Il rischio è che anche i salari riprendano la corsa verso l’alto e a quel punto la FED non potrà sottrarsi dall’aumentare i tassi.
Intanto le elezioni di mid terms si avvicinano e Trump deve chiudere la partita con l’Iran per presentarsi in autunno con i prezzi delle benzine in calo e l’inflazione più tiepida. Le borse per ora scontano soprattutto un eccesso di investimenti nel settore tech, i bond, l’oro e bitcoin non gradiscono, mentre il prezzo del petrolio sembra stabilizzarsi sotto i 100 dollari al barile.
Trascinato soprattutto da un cambio UsdJpy che continua ad insidiare la zona di intervento della Bank of Japan a 160, il Dollar Index ha rimesso la sua prua verso quota 100 con i massimi del 2025 e del 2026 che se violati verso l’alto aprirebbero scenari estivi bullish per il dollaro americano. Il trading range è evidente, ma la capacità del dollaro a maggio di non affondare nella parte bassa è stato un segnale interessante per farci capire che non ci sono forse le condizioni in questo momento per assistere a un dollaro in caduta. Nonostante le attese di aumento dei tassi BCE infatti anche l’euro sembra incapace di avanzare. Il mercato pensa che la FED non potrà fare altro che alzare i tassi?

Circa il segnale di inversione ribassista su EurUsd non abbiamo ormai dubbi. Sotto 1,14 la figura di testa e spalla ribassista sarebbe cosa fatta e a quel punto il disegno tecnico di un cambio che viaggia verso 1,10 o forse anche qualcosa di meno sarebbe completato.
Venerdì scorso il mercato ha fornito un segnale forte, ma mancano però conferme e può essere opportuno mantenere ancora un approccio neutrale.

I verbali dell’ultimi meeting che ha visto Powell alla guida del FOMC hanno messo in evidenza un orientamento della FED preoccupato del rialzo dell’inflazione e che sembra escludere nuovi tagli nei tassi di interesse. I Fed Funds hanno spostato a 75% le probabilità di un ritocco all’insù di 25 punti base anche se alla guida ci sarà Kevin Warsh che dovrà fare da equilibrista tra un’economia che viaggia a ritmi ancora sostenuti, con l’inflazione che morde e Trump che pretenderà un taglio nei tassi prima delle elezioni di Mid Terms.
Il FOMC del 16 e 17 giugno sarà chiarificatore in tal senso. Giusto ricordare che tra le prime dichiarazioni di Warsh c’è la volontà di cambiare il tasso di inflazione di riferimento e la convinzione che l’intelligenza artificiale sarà un fattore capace di aumentare la produttività e disinflattivo nei prezzi.
Intanto in Europa comincia il conto alla rovescia prima di un aumento dei tassi da parte della FED con il dato di inflazione di aprile salito al 3% dal 2.6% che fa scattare un primo campanello di allarme a Francoforte. Diversi governi tra cui l’Italia chiedono scostamenti di bilancio a Bruxelles per contrastare il caro energia.
Sul fronte della guerra con l’Iran siamo ancora nella fase di tregua con i negoziati in corso che ancora non permettono al prezzo del petrolio di scendere in modo consistente visti i reciproci blocchi navali su Hormuz. Sembra chiaro che ogni giorno che passa è benzina sul fuoco di un’inflazione che senza adeguate contromisure sui tassi rischia di radicarsi in tutta la catena produttiva. Il maxi aumento dei prezzi alla produzione americani del 6% in aprile ne è la dimostrazione. Intanto su EurUsd prosegue lo stallo.
Il grafico di EurUsd chiarisce molto bene il trading range che sta bloccando il cambio, ma anche una configurazione potenzialmente di testa e spalla ribassista che in caso di formalizzazione con la rottura della neck line di 1,14 aprirebbe le porte ad un bear market dell’euro inaspettato. Stagionalmente fino alla fine dell’estate sarà complicato per il dollaro riuscire a forzare i supporti, ma se a quel punto l’euro sarà stato incapace di abbattere 1,19-1,20 uno scenario di fine anno bullish sul biglietto verde non sarebbe da escludere.

Altro grafico che riproponiamo in questo rapporto e che conferma che c’è una potenziale di ritorno di forza del dollaro nel confronto dell’euro è quello che associa ai prezzi mensili del cambio l’oscillatore Macd.
Dal 2008 in avanti, quando la linea del segnale ha tagliato il Macd dall’alto verso il basso, si è avuta la conferma di una fase positiva della valuta americana destinata a rafforzarsi per diversi mesi ancora. Segnale che ancora manca ma che sembra in procinto di arrivare con il raggiungimento di livelli particolarmente alti di Macd. Da seguire anche perché dalla fine dell’estate comincerà un periodo stagionale pro dollaro.

I dati sull’inflazione americana hanno fatto emergere con chiarezza cosa sta accadendo nel paese che apparentemente ha un minor interesse verso quello che sta accadendo nello stretto di Hormuz essedo autonomo dal punto di vista della produzione di energia. I prezzi al consumo, infatti, ad aprile sono saliti del 3.8% contro il 3.3% del mese scorso, con il dato core su del 2.8% contro il 2.6% del mese precedente.
L’aumento dei prezzi energetici a partire dalle benzine, ma anche i riflessi su produzioni che indirettamente sono toccate dagli aumenti (ad esempio quelle agricole) rendono alquanto arduo il lavoro che si prospetta per il neo Presidente della FED Warsh; il mercato a termine stima infatti fra un anno Fed Funds al 3.8%. Inevitabili le pressioni di Trump a ridosso di elezioni di mid terms che si prospettano in salita per il tycoon che non potrà rispolverare la narrativa di aver abbattuto l’inflazione e i tassi di interesse.
Ancora più intenso il rialzo dei prezzi alla produzione in aumento del 6% rispetto al +4.8% atteso con tutta la catena produttiva che presto potrebbe cominciare a scaricare a valle gli effetti del rialzo dei prezzi.
Gli effetti si vedono sulle curve dei rendimenti con gli USA che tornano ad emettere bond trentennali con cedola 5%.
Il vertice Trump-Xi intanto non sembra aver prodotto ciò che i mercati si attendevano con tutti i dossier aperti e dubbi sulla tenuta di alcune intese commerciali.
Lato europeo è evidente la stretta correlazione tra tassi di interesse a 2 anni e prezzo del petrolio, un legame decisamente più intenso rispetto ad esempio al prezzo del gas che ha fatto da guida ai tassi soprattutto nel periodo immediatamente successivo allo scoppio della guerra in Ucraina. La differenza rispetto ad allora è un EurUsd che non subisce le pressioni ribassiste all’aumento dei costi energetici, probabilmente anche per una previsione sui tassi da parte dei mercati che vede un potenziale restringimento del differenziale rispetto agli Stati Uniti. Ne parliamo nell’approfondimento dedicato all’analisi tecnica e intermarket.
Lo spread Usa-Germania ormai da dicembre staziona su dei minimi che stanno favorendo un più corretto riallineamento di EurUsd a valori superiori rispetto a quelli visti ad esempio a marzo. E, ciò nonostante i Treasury a 10 anni siano già al 4.5% con il 30 anni oltre la soglia psicologica del 5% con la prima emissione dopo tanto tempo sfornata dal Tesoro a stelle e strisce.

Per il momento sono completamente assenti dei segnali di inversione di tendenza per EurUsd. Osservando il grafico su scala weekly le medie mobili a 50 e 200 settimane non negano il golden cross del 2025 quando la media breve tagliò dal basso verso l’alto quella lunga facendo scattare un segnale bullish.
Un eventuale inversione di tendenza richiederà una media a 50 settimane che cambia inclinazione, punta verso il basso e taglia quella a 200 settimane. Primi segnali di crepe nel trend bullish di EurUsd sotto 1,14 e definitivo sotto 1,12. Probabile che a quel punto il golden cross si trasformi in death cross come accadde nel febbraio 2022.

Mentre i colloqui tra Iran e Stati Uniti avanzano con i mercati che sperano in una riapertura delle rotte commerciali in transito su Hormuz, le borse permangono in prossimità dei massimi storici e i bond faticano a recuperare le perdite delle ultime settimane. Il rialzo del petrolio ha fatto danni che si propagheranno sulle economie globali nei prossimi mesi sotto forma di inflazione.
L’incertezza però prevale anche perché le scaramucce tra le due parti in causa prosegue con lo stretto non ancora pienamente riaperto.
Alcune banche centrali hanno alzato i tassi (Australia e Norvegia), altre si stanno preparando (Canada e Nuova Zelanda), altre ancora potrebbero abbandonare quella che sembrava una base di costo del denaro destinata a durare a lungo (BCE) per evitare pericolose fughe in avanti dell’inflazione.
Negli Stati Uniti ci si interroga come si comporterà il neo Presidente della FED di fronte ad un contesto sfidante. Inflazione in aumento, ma occupazione in rallentamento e borse ai massimi. Tagliare i tassi come vorrebbe Trump rischia di infiammare mercati che potrebbero entrare in una modalità speculativo difficile da sistemare più avanti. Del resto siamo già sui massimi storici ed un taglio del costo del denaro con tassi a lunga scadenza in ascesa potrebbe rivelarsi molto pericoloso.
Probabile che prevarrà la prudenza ancora per un po’ in seno alla FED, ma prima delle elezioni di mid terms Trump alzerà la voce e quello sarà il momento in cui l’indipendenza di Warsh verrà veramente messa alla prova.
La settimana appena conclusa non ha fornito grandi novità sul fronte tecnico di EurUsd. Ancora una volta le notizie positive provenienti dalla diplomazia hanno sfavorito il dollaro americano praticamente sempre sopra quota 1,17.
Sullo sfondo rimane una ipotetica figura di testa e spalla ribassista con la linea del collo in transito a 1,14. Ma appunto questa è un’ipotesi tecnica che non sta trovando conferme da un mercato che preferisce guardare ad una FED più dovish della BCE e a deficit gemelli che non accennano a rientrare nonostante i dazi di Trump. E poi c’è il timore che l’indipendenza della banca centrale americana sia a rischio.

La confusione sotto i cieli valutari è alta. Segnali contrastanti emergono analizzando EurUsd e Dollar Index su svariate cadenze temporali. Difficile al momento indicare una strategia precisa sulla quale puntare.
Guardando ad esempio al Dollar Index su scala mensile si nota un oscillatore stocastico tutt’altro che in posizione negativa.
Anzi, saremmo pronti per uno scenario bullish favorevole al biglietto verde andando in contrasto con altri segnali di più corto respiro che punterebbe in altra direzione, compresa la stagionalità sfavorevole al biglietto verde fino alla fine dell’estate almeno.
Con il recente movimento in trading range tra 96 e 100 si potrebbe pensare a una fase di accumulazione preparatoria a un movimento di portata bullish nei prossimi mesi favorevole al biglietto verde. Staremo a vedere quali forze prevarranno.

Non sono mancate le punzecchiature tra Trump e Powell nell’ultimo meeting della Federal Reserve presieduto da un Presidente che ha certamente dimostrato di saper governare con abilità la politica monetaria gestendo la fine del QE e una fiammata inflazionistica che non si vedeva dagli anni 70.
Per il momento nessun taglio dei tassi in America, l’incertezza geopolitica impone presidi forti mantenendo l’attuale costo del denaro. Lo stesso mercato obbligazionario non crede a tagli nei tassi e preoccupato per l’inflazione fa salire i tassi decennali americani ormai al 4,5%. Powell resterà nel board FED fino alla scadenza e il neo Presidente Warsh dovrà andare alla conta per prendere decisioni con il rischio concreto per Trump di non riuscire a “governare” la FED. Ma a quel punto le elezioni di mid terms saranno cosa fatta.
La palla ora passa a Warsh eletto praticamente con i soli voti dei repubblicani, per la prima volta nella storia per un Presidente della FED. Warsh professa indipendenza dalla politica, il mercato giudicherà.
Stabili anche i tassi della BCE al 2%, ma sembra probabile un inasprimento del costo del denaro a giugno di 25 punti base per fronteggiare il rischio, che ormai è una certezza, di aumento dell’inflazione.
Intanto l’economia europea va in stallo come segnalato da alcuni dati del Pil. Ad esempio, la crescita del primo trimestre in Francia è stata zero.
Sul fronte geopolitico permane l’incertezza con i rispettivi blocchi navali di Usa e Iran dello stretto di Hormuz che fanno di nuovo impennare il prezzo del petrolio preoccupando soprattutto Europa e Asia. Situazione complessa che potrebbe sfociare in un nuovo inasprirsi delle tensioni belliche.
Difficile in questo momento prendere una posizione ben precisa su EurUsd. Emergono infatti diversi segnali che sono in contrasto tra loro sia lato intermarket che di sentiment e fondamentale. Oggi ne analizzeremo uno, ma la prossima settimana ne vedremo un altro di segno diametralmente opposto. La stessa analisi tecnica vive in una specie di limbo con il cambio incapace di avvicinarsi sia alla parete superiore che quella inferiore del trading range che va ormai avanti dal Liberation Day. Fin quando non emergeranno segnali forti sopra 1.19 oppure sotto 1,14 su EurUsd difficile prendere posizioni strategiche nette sul cambio più famoso del pianeta.

In una situazione di stallo sul cambio più famoso del mondo, questa settimana analizziamo un grafico intermarket che conferma la confusione che regna sotto il cielo di EurUsd.
Il grafico mette a confronto il cambio su scala invertita con lo spread tra Francia e Germania. Un differenziale di rendimento che recentemente ha rimbalzato da minimi che a loro volta avevano colpito la up trend line rialzista. Il segnale è interessante perchè, se dovesse trovare seguito, in altre situazioni è stato un fattore che ha messo sotto pressione l’euro. I casi del 2021 e del 2024 spiegano bene quanto il termometro Francia abbia inciso finora sulla salute dell’euro.

La tregua che le parti in gioco si sono imposte nello scontro bellico nel Golfo sembra reggere seppur a fatica. Israele non molla la presa in Libano anche se Trump impone il cessate il fuoco, mentre l’Iran tiene ancora sotto scacco i paesi del Golfo riaprendo Hormuz a intermittenza. L’intervento della Cina nel processo diplomatico potrebbe essere una svolta per consentire nel prossimo round negoziale una fine delle ostilità.
Intanto Trump deve fare i conti con un evidente calo di popolarità che rischia di mettere il partito repubblicano in difficoltà nelle prossime elezioni autunnali di mid terms.
Gli esiti del conflitto e una caduta della fiducia anche negli interscambi commerciali di molti partners compresi gli europei, potrebbe impattare sugli esiti delle urne. Ma soprattutto l’aumento dell’inflazione che lo stesso Trump imputò a Biden durante la campagna elettorale del 2024, rischia di essere il fattore che metterà il Congresso nelle mani democratiche.
La FED intanto si muove con cautela. Servono nuove informazioni per capire gli impatti dei recenti rialzi nei prezzi anche sui salari. E poi c’è il rischio che il Tesoro americano, dopo il giudizio della Corte Suprema, debba rimborsare a imprese e consumatori parte dei dazi incassati. Scenario che potrebbe spiegare la debolezza del dollaro.
Le borse invece festeggiano dopo una modesta correzione e tornano sui massimi storici. In leggera ripresa i bond con il petrolio tornato sotto i 100 dollari al barile. Ma intanto EurUsd rimette il naso sopra 1,18 e questo è un segnale di vitalità importante per la moneta unica europea.
La scorsa settimana avevamo segnalato la concreta possibilità di un rimbalzo dell’euro, poi effettivamente arrivato e superiore alle attese. A questo punto l’analisi tecnica suggerisce tre scenari. Il più probabile, quello di un proseguimento della lateralità che va avanti da quasi un anno e che vede 1,14 come parete inferiore e 1,19/1,20 come parete inferiore.
Il secondo scenario che indica un ritorno di forza del dollaro con formalizzazione a quel punto di una figura di testa e spalla ribassista con la rottura di 1,14. Per ora meno probabile come del resto anche quello di un break della parete superiore del range che sposterebbe il cambio in estate verso 1,25. Scenario che potrebbe prendere forma solo con una FED che imposta una politica di tassi di interesse dovish rispetto ad una BCE più hawkins.

Il movimento di EurUsd all’interno delle bande di Bollinger conferma la lateralità e la regolarità con cui le due valute si stanno muovendo da un anno. Toccata la parete inferiore delle bande, ora si guarda a quella superiore come argine al rialzo. Serve uno scoppio della volatilità per uscire da questa fase. Quale potrebbe essere il market movers in grado di dare il via a questa fase ovviamente non lo sappiamo, ma l’uscita dal range sarà impattante per tutti i mercati.

Continua a rimanere attuale la guerra nel Golfo Persico con l’Iran che chiudendo lo stretto di Hormuz impedisce l’export di petrolio agli altri paesi, mantenendo così alta la tensione sul prezzo del greggio che costringe i primi rilasci di riserve strategiche da parte dei paesi consumatori.
Situazione non semplice con la reazione iraniana che rischia di prolungare tempi ed allargare il conflitto creando ulteriori tensioni. Preoccupata anche la Cina e l’Asia intera principali destinatari del petrolio in arrivo dal Medio Oriente.
Il rapporto sull’inflazione negli Stati Uniti di febbraio non ha provocato grandi reazioni. Seppur in aumento (+2,4%) era atteso ed ora si guarda soprattutto alle conseguenze che potrà avere la guerra sui prezzi alla produzione e al consumo. I costi energetici, a partire dal prezzo alla pompa di benzina, sono in netta crescita. Trump non potrà certo permettersi di arrivare alle elezioni di mid terms in queste condizioni e per questo cerca di infondere sicurezza.
Le aspettative di inflazione a 2 anni sfiorano ormai il 3%, quelle a 5 anni sono vicine al 2,7%. L’obiettivo della FED del 2% è pura utopia e per questo la banca centrale non farà nulla sui tassi questa settimana. Non a caso i rendimenti decennali hanno valicato quota 4.25%.
Il Dollaro comincia a subodorare che solo una recessione potrebbe portare ad un taglio dei tassi e si prende la rivincita.
Anche in Europa cominciano a farsi largo ipotesi di possibili aumenti dei tassi se l’inflazione dovesse improvvisamente virare verso l’alto dopo l’ottima fase di contenimento da parte della BCE degli scorsi mesi.
EurUsd che perde i primi supporti critici. Uno sfondamento di 1,15 ha delle implicazioni immediate sul biglietto verde che ci portano a pensare ad una discesa fino almeno a 1,12. Un cambio di prospettiva che potrebbe arrivare dalla FED qualora fosse formalizzato un cambio di atteggiamento sui tassi.
Gli ultimi giorni hanno visto un rialzo dei rendimenti sui bond americani favorendo così la ripresa del dollaro anche in un contesto di ricerca della sicurezza. Da qui l’euro deve reagire.

L’impennata delle quotazioni del gas naturale quotato in Europa hanno trovato un immediato riscontro nella caduta dell’euro.
Rappresentato a livello grafico su scala invertita, EurUsd ha infatti una perfetta correlazione inversa con il prezzo del gas naturale.
Quando il costo dell’energia sale come in questo momento, l’euro perde terreno. Questo pone una seria ipoteca sulla possibilità di vedere l’euro molto più in alto nei prossimi mesi se le tensioni non rientreranno a breve.

Il caos dazi dopo la sentenza della Corte Suprema americana non fa bene al dollaro che ferma la sua ripresa immediatamente alle porte di 1,17. Chiaramente l’Europa non uscirebbe vincente da una vicenda che rischia di aumentare i dazi del 10% (forse 15%) per sei mesi su tutte le merci in ingresso in USA, ma a questo si sommano accordi con tanti paesi ora a serio rischio di ratifica. Senza dimenticare le inevitabili cause legali che potrebbero creare una vera e propria palude burocratica alle dogane.
Il discorso sullo Stato dell’Unione di Trump non ha fornito grandi temi con le elezioni di mid terms che cominciano ad entrare nei radar politici. Sullo sfondo i rapporti sempre tesi con l’Iran dopo l’attacco militare di Israele a Teheran e la guerra giunta al quarto anno tra Ucraina e Russia che non smette di far tuonare i cannoni. L’attacco congiunto Israele-USA che ha decapitato i vertici politico religiosi iraniani ha scatenato la reazione militare iraniana con attacchi su infrastrutture militari e civili nel Golfo. Si infiammo il prezzo del greggio dopo il blocco del passaggio delle petroliere nell’area.
I dati macro economici americani intanto confermano come non opportuno un taglio dei tassi di interesse, almeno ora. La fiducia dei consumatori superiore alle attese combinata ad un mercato del lavoro che tiene rischierebbe di infiammare un’inflazione sopra al 2%. I mercati per il momento scontano un nulla di fatto sui tassi fino a giugno. Sarà il successore di Powell eventualmente a muovere il costo del denaro.
In altre parti del mondo l’inflazione sta mostrando segni di risveglio (come Australia e Norvegia per esempio) rendendo meno attuale il tema del taglio dei tassi. Lo stesso vale per l’Europa in stallo totale con l’inflazione tornata a target, ma dati macro soprattutto tedeschi che anticiperebbero una ripresa più vigorosa.
Diverso invece l’umore in Giappone con la politica che cerca di entrare sempre più nella gestione dei tassi di interesse. La premier Takaichi uscita vincitrice dalle ultime elezioni anticipate ha infatti eletto due membri del board Boj decisamente dovish negli orientamenti di politica monetaria e lo yen si indebolisce di nuovo.
Lo stallo sul cambio EurUsd è evidente, ma è altrettanto vero che dopo la forte salita dei mesi scorsi ora il passo si è fatto molto più moderato, soprattutto attento a non superare le resistenze e nemmeno scendere sotto i supporti più critici. Che nello specifico sono 1,19 e 1,15. Qualche incursione verso l’alto prontamente rintuzzata e lo stesso verso il basso.
Il canale di distribuzione attualmente inclinato all’insù vede 1,16 e 1,21 come pareti inferiori e superiori con le quali fare i conti. Solo un’uscita da questi livelli potrebbe dare direzionalità. L’infiammarsi delle tensioni nello schacchiere mediorientale avvantaggia il dollaro che scende in apertura di settimana sotto 1,18.

L’aspetto interessante di questa fase è che secondo l’analisi ciclica EurUsd avrebbe dovuto intercettare un punto di svolta l’estate scorsa. Presumibilmente un massimo.
La storia ci insegna che un po’ di tolleranza è concessa nei tempi e questo significherebbe che siamo agli sgoccioli del rialzo di EurUsd.
Oppure che un ciclo, che dalla crisi del 2008 sta accompagnando con estrema precisione il cambio, non funziona più.
Comunque sia il dollaro è chiamata ad una reazione. Se così non fosse la debolezza sul biglietto verde si farebbe più intensa nei prossimi mesi.

La pubblicazione dei verbali relativi all’ultimo FOMC ha confermato come Powell e soci preferiscano la prudenza a tagli più aggressivi sui tassi. Vero che l’inflazione sta continuando a raffreddarsi ma la crescita economica e il mercato del lavoro tutto sommato snobbano le previsioni di recessione arrivate dopo la lenzuolata di dazi trumpiana sui quali ora pesa la bocciatura della Corte Suprema. Negata al Presidente l’autorità di imporre tariffe doganali. Per ora avvolte nel mistero le conseguenze sui dazi già incassati e sugli accordi commerciali chiusi nei mesi scorsi. Intanto Trump minaccia dazi globali aggiuntivi del 10%.
Il mercato del lavoro americano ritrova tensioni sui salari a causa della scarsa offerta di lavoro per la minor presenza di immigrati e questo potrebbe essere un buon motivo per non abbassare i tassi almeno fino a giugno. Questo pensano i mercati che vedono politiche monetarie più hawkins in altre parti del mondo come Australia, Norvegia e Nuova Zelanda.
Si raffredda intanto l’inflazione nell’Eurozona con la Francia che ha visto scendere su base mensile i prezzi al consumo con rumors che darebbero Lagarde alle dimissioni prima delle elezioni francesi dell’anno prossimo. Fattori che hanno leggermente indebolito l’euro.
Il mercato azionario americano, intanto, si mette in coda quanto a performance nel 2026 e nell’ultimo anno, lasciando strada ad altre geografie.
Un atteggiamento che sta cominciando, seppur molto lentamente, a incidere sulla quota di market cap globale dell’America, una porzione percentuale che dovrebbe scivolare ancora più in basso nei prossimi mesi stando ai segnali di debolezza forniti dal Dollar Index.
Una simbiosi che negli ultimi mesi sta tardando a manifestarsi e che probabilmente trova proprio nei supporti di lungo periodo raggiunti dal Dollar Index un fattore di freno al disimpegno dagli asset americani. Dovessero cedere questi supporti (e l’euro salire sopra 1.20) la rotazione geografica prenderebbe ancora più vigore.
Tecnicamente poco da segnalare su EurUsd nonostante il caos dazi. Il mercato rimane molto incerto sul da farsi. Il tasso di variazione a 18 mesi sarebbe compatibile con un massimo primario come è sempre accaduto dal 2010 in avanti. Le due gambe rialziste sappiamo poi che a 1.19 si eguagliano in ampiezza e quindi lo scalino da superare appare importante per disegnare l’intera strategia 2026.
Dollaro che offre poca fiducia agli investitori ora con ancora più incertezza a causa del destino della politica dei dazi, ma euro che non appare capace di forzare livelli tecnici oltre i quali si aprirebbero scenari completamente nuovi che potrebbero costringere la BCE a muoversi sui tassi per raffreddare la forza della moneta unica. Risultato, stallo assoluto.

Il Dollar Index sembra confermare la volontà emersa la scorsa settimana di ritornare almeno a testare le resistenze posizionate poco sotto quota 100. La bear trap è stata smascherata e ora il mercato potrebbe tentare di riposizionarsi su livelli più elevati ripianando gli eccessi che si erano venuti a creare nelle scorse settimane. Se questo sarà l’inizio di una reazione lo scopriremo solo con il test delle resistenze. Per il momento quello in corso viene considerato un mero movimento correttivo.
