I verbali dell’ultimi meeting che ha visto Powell alla guida del FOMC hanno messo in evidenza un orientamento della FED preoccupato del rialzo dell’inflazione e che sembra escludere nuovi tagli nei tassi di interesse. I Fed Funds hanno spostato a 75% le probabilità di un ritocco all’insù di 25 punti base anche se alla guida ci sarà Kevin Warsh che dovrà fare da equilibrista tra un’economia che viaggia a ritmi ancora sostenuti, con l’inflazione che morde e Trump che pretenderà un taglio nei tassi prima delle elezioni di Mid Terms.
Il FOMC del 16 e 17 giugno sarà chiarificatore in tal senso. Giusto ricordare che tra le prime dichiarazioni di Warsh c’è la volontà di cambiare il tasso di inflazione di riferimento e la convinzione che l’intelligenza artificiale sarà un fattore capace di aumentare la produttività e disinflattivo nei prezzi.
Intanto in Europa comincia il conto alla rovescia prima di un aumento dei tassi da parte della FED con il dato di inflazione di aprile salito al 3% dal 2.6% che fa scattare un primo campanello di allarme a Francoforte. Diversi governi tra cui l’Italia chiedono scostamenti di bilancio a Bruxelles per contrastare il caro energia.
Sul fronte della guerra con l’Iran siamo ancora nella fase di tregua con i negoziati in corso che ancora non permettono al prezzo del petrolio di scendere in modo consistente visti i reciproci blocchi navali su Hormuz. Sembra chiaro che ogni giorno che passa è benzina sul fuoco di un’inflazione che senza adeguate contromisure sui tassi rischia di radicarsi in tutta la catena produttiva. Il maxi aumento dei prezzi alla produzione americani del 6% in aprile ne è la dimostrazione. Intanto su EurUsd prosegue lo stallo.
Il grafico di EurUsd chiarisce molto bene il trading range che sta bloccando il cambio, ma anche una configurazione potenzialmente di testa e spalla ribassista che in caso di formalizzazione con la rottura della neck line di 1,14 aprirebbe le porte ad un bear market dell’euro inaspettato. Stagionalmente fino alla fine dell’estate sarà complicato per il dollaro riuscire a forzare i supporti, ma se a quel punto l’euro sarà stato incapace di abbattere 1,19-1,20 uno scenario di fine anno bullish sul biglietto verde non sarebbe da escludere.

Altro grafico che riproponiamo in questo rapporto e che conferma che c’è una potenziale di ritorno di forza del dollaro nel confronto dell’euro è quello che associa ai prezzi mensili del cambio l’oscillatore Macd.
Dal 2008 in avanti, quando la linea del segnale ha tagliato il Macd dall’alto verso il basso, si è avuta la conferma di una fase positiva della valuta americana destinata a rafforzarsi per diversi mesi ancora. Segnale che ancora manca ma che sembra in procinto di arrivare con il raggiungimento di livelli particolarmente alti di Macd. Da seguire anche perché dalla fine dell’estate comincerà un periodo stagionale pro dollaro.

I dati sull’inflazione americana hanno fatto emergere con chiarezza cosa sta accadendo nel paese che apparentemente ha un minor interesse verso quello che sta accadendo nello stretto di Hormuz essedo autonomo dal punto di vista della produzione di energia. I prezzi al consumo, infatti, ad aprile sono saliti del 3.8% contro il 3.3% del mese scorso, con il dato core su del 2.8% contro il 2.6% del mese precedente.
L’aumento dei prezzi energetici a partire dalle benzine, ma anche i riflessi su produzioni che indirettamente sono toccate dagli aumenti (ad esempio quelle agricole) rendono alquanto arduo il lavoro che si prospetta per il neo Presidente della FED Warsh; il mercato a termine stima infatti fra un anno Fed Funds al 3.8%. Inevitabili le pressioni di Trump a ridosso di elezioni di mid terms che si prospettano in salita per il tycoon che non potrà rispolverare la narrativa di aver abbattuto l’inflazione e i tassi di interesse.
Ancora più intenso il rialzo dei prezzi alla produzione in aumento del 6% rispetto al +4.8% atteso con tutta la catena produttiva che presto potrebbe cominciare a scaricare a valle gli effetti del rialzo dei prezzi.
Gli effetti si vedono sulle curve dei rendimenti con gli USA che tornano ad emettere bond trentennali con cedola 5%.
Il vertice Trump-Xi intanto non sembra aver prodotto ciò che i mercati si attendevano con tutti i dossier aperti e dubbi sulla tenuta di alcune intese commerciali.
Lato europeo è evidente la stretta correlazione tra tassi di interesse a 2 anni e prezzo del petrolio, un legame decisamente più intenso rispetto ad esempio al prezzo del gas che ha fatto da guida ai tassi soprattutto nel periodo immediatamente successivo allo scoppio della guerra in Ucraina. La differenza rispetto ad allora è un EurUsd che non subisce le pressioni ribassiste all’aumento dei costi energetici, probabilmente anche per una previsione sui tassi da parte dei mercati che vede un potenziale restringimento del differenziale rispetto agli Stati Uniti. Ne parliamo nell’approfondimento dedicato all’analisi tecnica e intermarket.
Lo spread Usa-Germania ormai da dicembre staziona su dei minimi che stanno favorendo un più corretto riallineamento di EurUsd a valori superiori rispetto a quelli visti ad esempio a marzo. E, ciò nonostante i Treasury a 10 anni siano già al 4.5% con il 30 anni oltre la soglia psicologica del 5% con la prima emissione dopo tanto tempo sfornata dal Tesoro a stelle e strisce.

Per il momento sono completamente assenti dei segnali di inversione di tendenza per EurUsd. Osservando il grafico su scala weekly le medie mobili a 50 e 200 settimane non negano il golden cross del 2025 quando la media breve tagliò dal basso verso l’alto quella lunga facendo scattare un segnale bullish.
Un eventuale inversione di tendenza richiederà una media a 50 settimane che cambia inclinazione, punta verso il basso e taglia quella a 200 settimane. Primi segnali di crepe nel trend bullish di EurUsd sotto 1,14 e definitivo sotto 1,12. Probabile che a quel punto il golden cross si trasformi in death cross come accadde nel febbraio 2022.

Mentre i colloqui tra Iran e Stati Uniti avanzano con i mercati che sperano in una riapertura delle rotte commerciali in transito su Hormuz, le borse permangono in prossimità dei massimi storici e i bond faticano a recuperare le perdite delle ultime settimane. Il rialzo del petrolio ha fatto danni che si propagheranno sulle economie globali nei prossimi mesi sotto forma di inflazione.
L’incertezza però prevale anche perché le scaramucce tra le due parti in causa prosegue con lo stretto non ancora pienamente riaperto.
Alcune banche centrali hanno alzato i tassi (Australia e Norvegia), altre si stanno preparando (Canada e Nuova Zelanda), altre ancora potrebbero abbandonare quella che sembrava una base di costo del denaro destinata a durare a lungo (BCE) per evitare pericolose fughe in avanti dell’inflazione.
Negli Stati Uniti ci si interroga come si comporterà il neo Presidente della FED di fronte ad un contesto sfidante. Inflazione in aumento, ma occupazione in rallentamento e borse ai massimi. Tagliare i tassi come vorrebbe Trump rischia di infiammare mercati che potrebbero entrare in una modalità speculativo difficile da sistemare più avanti. Del resto siamo già sui massimi storici ed un taglio del costo del denaro con tassi a lunga scadenza in ascesa potrebbe rivelarsi molto pericoloso.
Probabile che prevarrà la prudenza ancora per un po’ in seno alla FED, ma prima delle elezioni di mid terms Trump alzerà la voce e quello sarà il momento in cui l’indipendenza di Warsh verrà veramente messa alla prova.
La settimana appena conclusa non ha fornito grandi novità sul fronte tecnico di EurUsd. Ancora una volta le notizie positive provenienti dalla diplomazia hanno sfavorito il dollaro americano praticamente sempre sopra quota 1,17.
Sullo sfondo rimane una ipotetica figura di testa e spalla ribassista con la linea del collo in transito a 1,14. Ma appunto questa è un’ipotesi tecnica che non sta trovando conferme da un mercato che preferisce guardare ad una FED più dovish della BCE e a deficit gemelli che non accennano a rientrare nonostante i dazi di Trump. E poi c’è il timore che l’indipendenza della banca centrale americana sia a rischio.

La confusione sotto i cieli valutari è alta. Segnali contrastanti emergono analizzando EurUsd e Dollar Index su svariate cadenze temporali. Difficile al momento indicare una strategia precisa sulla quale puntare.
Guardando ad esempio al Dollar Index su scala mensile si nota un oscillatore stocastico tutt’altro che in posizione negativa.
Anzi, saremmo pronti per uno scenario bullish favorevole al biglietto verde andando in contrasto con altri segnali di più corto respiro che punterebbe in altra direzione, compresa la stagionalità sfavorevole al biglietto verde fino alla fine dell’estate almeno.
Con il recente movimento in trading range tra 96 e 100 si potrebbe pensare a una fase di accumulazione preparatoria a un movimento di portata bullish nei prossimi mesi favorevole al biglietto verde. Staremo a vedere quali forze prevarranno.

Non sono mancate le punzecchiature tra Trump e Powell nell’ultimo meeting della Federal Reserve presieduto da un Presidente che ha certamente dimostrato di saper governare con abilità la politica monetaria gestendo la fine del QE e una fiammata inflazionistica che non si vedeva dagli anni 70.
Per il momento nessun taglio dei tassi in America, l’incertezza geopolitica impone presidi forti mantenendo l’attuale costo del denaro. Lo stesso mercato obbligazionario non crede a tagli nei tassi e preoccupato per l’inflazione fa salire i tassi decennali americani ormai al 4,5%. Powell resterà nel board FED fino alla scadenza e il neo Presidente Warsh dovrà andare alla conta per prendere decisioni con il rischio concreto per Trump di non riuscire a “governare” la FED. Ma a quel punto le elezioni di mid terms saranno cosa fatta.
La palla ora passa a Warsh eletto praticamente con i soli voti dei repubblicani, per la prima volta nella storia per un Presidente della FED. Warsh professa indipendenza dalla politica, il mercato giudicherà.
Stabili anche i tassi della BCE al 2%, ma sembra probabile un inasprimento del costo del denaro a giugno di 25 punti base per fronteggiare il rischio, che ormai è una certezza, di aumento dell’inflazione.
Intanto l’economia europea va in stallo come segnalato da alcuni dati del Pil. Ad esempio, la crescita del primo trimestre in Francia è stata zero.
Sul fronte geopolitico permane l’incertezza con i rispettivi blocchi navali di Usa e Iran dello stretto di Hormuz che fanno di nuovo impennare il prezzo del petrolio preoccupando soprattutto Europa e Asia. Situazione complessa che potrebbe sfociare in un nuovo inasprirsi delle tensioni belliche.
Difficile in questo momento prendere una posizione ben precisa su EurUsd. Emergono infatti diversi segnali che sono in contrasto tra loro sia lato intermarket che di sentiment e fondamentale. Oggi ne analizzeremo uno, ma la prossima settimana ne vedremo un altro di segno diametralmente opposto. La stessa analisi tecnica vive in una specie di limbo con il cambio incapace di avvicinarsi sia alla parete superiore che quella inferiore del trading range che va ormai avanti dal Liberation Day. Fin quando non emergeranno segnali forti sopra 1.19 oppure sotto 1,14 su EurUsd difficile prendere posizioni strategiche nette sul cambio più famoso del pianeta.

In una situazione di stallo sul cambio più famoso del mondo, questa settimana analizziamo un grafico intermarket che conferma la confusione che regna sotto il cielo di EurUsd.
Il grafico mette a confronto il cambio su scala invertita con lo spread tra Francia e Germania. Un differenziale di rendimento che recentemente ha rimbalzato da minimi che a loro volta avevano colpito la up trend line rialzista. Il segnale è interessante perchè, se dovesse trovare seguito, in altre situazioni è stato un fattore che ha messo sotto pressione l’euro. I casi del 2021 e del 2024 spiegano bene quanto il termometro Francia abbia inciso finora sulla salute dell’euro.

La tregua che le parti in gioco si sono imposte nello scontro bellico nel Golfo sembra reggere seppur a fatica. Israele non molla la presa in Libano anche se Trump impone il cessate il fuoco, mentre l’Iran tiene ancora sotto scacco i paesi del Golfo riaprendo Hormuz a intermittenza. L’intervento della Cina nel processo diplomatico potrebbe essere una svolta per consentire nel prossimo round negoziale una fine delle ostilità.
Intanto Trump deve fare i conti con un evidente calo di popolarità che rischia di mettere il partito repubblicano in difficoltà nelle prossime elezioni autunnali di mid terms.
Gli esiti del conflitto e una caduta della fiducia anche negli interscambi commerciali di molti partners compresi gli europei, potrebbe impattare sugli esiti delle urne. Ma soprattutto l’aumento dell’inflazione che lo stesso Trump imputò a Biden durante la campagna elettorale del 2024, rischia di essere il fattore che metterà il Congresso nelle mani democratiche.
La FED intanto si muove con cautela. Servono nuove informazioni per capire gli impatti dei recenti rialzi nei prezzi anche sui salari. E poi c’è il rischio che il Tesoro americano, dopo il giudizio della Corte Suprema, debba rimborsare a imprese e consumatori parte dei dazi incassati. Scenario che potrebbe spiegare la debolezza del dollaro.
Le borse invece festeggiano dopo una modesta correzione e tornano sui massimi storici. In leggera ripresa i bond con il petrolio tornato sotto i 100 dollari al barile. Ma intanto EurUsd rimette il naso sopra 1,18 e questo è un segnale di vitalità importante per la moneta unica europea.
La scorsa settimana avevamo segnalato la concreta possibilità di un rimbalzo dell’euro, poi effettivamente arrivato e superiore alle attese. A questo punto l’analisi tecnica suggerisce tre scenari. Il più probabile, quello di un proseguimento della lateralità che va avanti da quasi un anno e che vede 1,14 come parete inferiore e 1,19/1,20 come parete inferiore.
Il secondo scenario che indica un ritorno di forza del dollaro con formalizzazione a quel punto di una figura di testa e spalla ribassista con la rottura di 1,14. Per ora meno probabile come del resto anche quello di un break della parete superiore del range che sposterebbe il cambio in estate verso 1,25. Scenario che potrebbe prendere forma solo con una FED che imposta una politica di tassi di interesse dovish rispetto ad una BCE più hawkins.

Il movimento di EurUsd all’interno delle bande di Bollinger conferma la lateralità e la regolarità con cui le due valute si stanno muovendo da un anno. Toccata la parete inferiore delle bande, ora si guarda a quella superiore come argine al rialzo. Serve uno scoppio della volatilità per uscire da questa fase. Quale potrebbe essere il market movers in grado di dare il via a questa fase ovviamente non lo sappiamo, ma l’uscita dal range sarà impattante per tutti i mercati.

Continua a rimanere attuale la guerra nel Golfo Persico con l’Iran che chiudendo lo stretto di Hormuz impedisce l’export di petrolio agli altri paesi, mantenendo così alta la tensione sul prezzo del greggio che costringe i primi rilasci di riserve strategiche da parte dei paesi consumatori.
Situazione non semplice con la reazione iraniana che rischia di prolungare tempi ed allargare il conflitto creando ulteriori tensioni. Preoccupata anche la Cina e l’Asia intera principali destinatari del petrolio in arrivo dal Medio Oriente.
Il rapporto sull’inflazione negli Stati Uniti di febbraio non ha provocato grandi reazioni. Seppur in aumento (+2,4%) era atteso ed ora si guarda soprattutto alle conseguenze che potrà avere la guerra sui prezzi alla produzione e al consumo. I costi energetici, a partire dal prezzo alla pompa di benzina, sono in netta crescita. Trump non potrà certo permettersi di arrivare alle elezioni di mid terms in queste condizioni e per questo cerca di infondere sicurezza.
Le aspettative di inflazione a 2 anni sfiorano ormai il 3%, quelle a 5 anni sono vicine al 2,7%. L’obiettivo della FED del 2% è pura utopia e per questo la banca centrale non farà nulla sui tassi questa settimana. Non a caso i rendimenti decennali hanno valicato quota 4.25%.
Il Dollaro comincia a subodorare che solo una recessione potrebbe portare ad un taglio dei tassi e si prende la rivincita.
Anche in Europa cominciano a farsi largo ipotesi di possibili aumenti dei tassi se l’inflazione dovesse improvvisamente virare verso l’alto dopo l’ottima fase di contenimento da parte della BCE degli scorsi mesi.
EurUsd che perde i primi supporti critici. Uno sfondamento di 1,15 ha delle implicazioni immediate sul biglietto verde che ci portano a pensare ad una discesa fino almeno a 1,12. Un cambio di prospettiva che potrebbe arrivare dalla FED qualora fosse formalizzato un cambio di atteggiamento sui tassi.
Gli ultimi giorni hanno visto un rialzo dei rendimenti sui bond americani favorendo così la ripresa del dollaro anche in un contesto di ricerca della sicurezza. Da qui l’euro deve reagire.

L’impennata delle quotazioni del gas naturale quotato in Europa hanno trovato un immediato riscontro nella caduta dell’euro.
Rappresentato a livello grafico su scala invertita, EurUsd ha infatti una perfetta correlazione inversa con il prezzo del gas naturale.
Quando il costo dell’energia sale come in questo momento, l’euro perde terreno. Questo pone una seria ipoteca sulla possibilità di vedere l’euro molto più in alto nei prossimi mesi se le tensioni non rientreranno a breve.

Il caos dazi dopo la sentenza della Corte Suprema americana non fa bene al dollaro che ferma la sua ripresa immediatamente alle porte di 1,17. Chiaramente l’Europa non uscirebbe vincente da una vicenda che rischia di aumentare i dazi del 10% (forse 15%) per sei mesi su tutte le merci in ingresso in USA, ma a questo si sommano accordi con tanti paesi ora a serio rischio di ratifica. Senza dimenticare le inevitabili cause legali che potrebbero creare una vera e propria palude burocratica alle dogane.
Il discorso sullo Stato dell’Unione di Trump non ha fornito grandi temi con le elezioni di mid terms che cominciano ad entrare nei radar politici. Sullo sfondo i rapporti sempre tesi con l’Iran dopo l’attacco militare di Israele a Teheran e la guerra giunta al quarto anno tra Ucraina e Russia che non smette di far tuonare i cannoni. L’attacco congiunto Israele-USA che ha decapitato i vertici politico religiosi iraniani ha scatenato la reazione militare iraniana con attacchi su infrastrutture militari e civili nel Golfo. Si infiammo il prezzo del greggio dopo il blocco del passaggio delle petroliere nell’area.
I dati macro economici americani intanto confermano come non opportuno un taglio dei tassi di interesse, almeno ora. La fiducia dei consumatori superiore alle attese combinata ad un mercato del lavoro che tiene rischierebbe di infiammare un’inflazione sopra al 2%. I mercati per il momento scontano un nulla di fatto sui tassi fino a giugno. Sarà il successore di Powell eventualmente a muovere il costo del denaro.
In altre parti del mondo l’inflazione sta mostrando segni di risveglio (come Australia e Norvegia per esempio) rendendo meno attuale il tema del taglio dei tassi. Lo stesso vale per l’Europa in stallo totale con l’inflazione tornata a target, ma dati macro soprattutto tedeschi che anticiperebbero una ripresa più vigorosa.
Diverso invece l’umore in Giappone con la politica che cerca di entrare sempre più nella gestione dei tassi di interesse. La premier Takaichi uscita vincitrice dalle ultime elezioni anticipate ha infatti eletto due membri del board Boj decisamente dovish negli orientamenti di politica monetaria e lo yen si indebolisce di nuovo.
Lo stallo sul cambio EurUsd è evidente, ma è altrettanto vero che dopo la forte salita dei mesi scorsi ora il passo si è fatto molto più moderato, soprattutto attento a non superare le resistenze e nemmeno scendere sotto i supporti più critici. Che nello specifico sono 1,19 e 1,15. Qualche incursione verso l’alto prontamente rintuzzata e lo stesso verso il basso.
Il canale di distribuzione attualmente inclinato all’insù vede 1,16 e 1,21 come pareti inferiori e superiori con le quali fare i conti. Solo un’uscita da questi livelli potrebbe dare direzionalità. L’infiammarsi delle tensioni nello schacchiere mediorientale avvantaggia il dollaro che scende in apertura di settimana sotto 1,18.

L’aspetto interessante di questa fase è che secondo l’analisi ciclica EurUsd avrebbe dovuto intercettare un punto di svolta l’estate scorsa. Presumibilmente un massimo.
La storia ci insegna che un po’ di tolleranza è concessa nei tempi e questo significherebbe che siamo agli sgoccioli del rialzo di EurUsd.
Oppure che un ciclo, che dalla crisi del 2008 sta accompagnando con estrema precisione il cambio, non funziona più.
Comunque sia il dollaro è chiamata ad una reazione. Se così non fosse la debolezza sul biglietto verde si farebbe più intensa nei prossimi mesi.

La pubblicazione dei verbali relativi all’ultimo FOMC ha confermato come Powell e soci preferiscano la prudenza a tagli più aggressivi sui tassi. Vero che l’inflazione sta continuando a raffreddarsi ma la crescita economica e il mercato del lavoro tutto sommato snobbano le previsioni di recessione arrivate dopo la lenzuolata di dazi trumpiana sui quali ora pesa la bocciatura della Corte Suprema. Negata al Presidente l’autorità di imporre tariffe doganali. Per ora avvolte nel mistero le conseguenze sui dazi già incassati e sugli accordi commerciali chiusi nei mesi scorsi. Intanto Trump minaccia dazi globali aggiuntivi del 10%.
Il mercato del lavoro americano ritrova tensioni sui salari a causa della scarsa offerta di lavoro per la minor presenza di immigrati e questo potrebbe essere un buon motivo per non abbassare i tassi almeno fino a giugno. Questo pensano i mercati che vedono politiche monetarie più hawkins in altre parti del mondo come Australia, Norvegia e Nuova Zelanda.
Si raffredda intanto l’inflazione nell’Eurozona con la Francia che ha visto scendere su base mensile i prezzi al consumo con rumors che darebbero Lagarde alle dimissioni prima delle elezioni francesi dell’anno prossimo. Fattori che hanno leggermente indebolito l’euro.
Il mercato azionario americano, intanto, si mette in coda quanto a performance nel 2026 e nell’ultimo anno, lasciando strada ad altre geografie.
Un atteggiamento che sta cominciando, seppur molto lentamente, a incidere sulla quota di market cap globale dell’America, una porzione percentuale che dovrebbe scivolare ancora più in basso nei prossimi mesi stando ai segnali di debolezza forniti dal Dollar Index.
Una simbiosi che negli ultimi mesi sta tardando a manifestarsi e che probabilmente trova proprio nei supporti di lungo periodo raggiunti dal Dollar Index un fattore di freno al disimpegno dagli asset americani. Dovessero cedere questi supporti (e l’euro salire sopra 1.20) la rotazione geografica prenderebbe ancora più vigore.
Tecnicamente poco da segnalare su EurUsd nonostante il caos dazi. Il mercato rimane molto incerto sul da farsi. Il tasso di variazione a 18 mesi sarebbe compatibile con un massimo primario come è sempre accaduto dal 2010 in avanti. Le due gambe rialziste sappiamo poi che a 1.19 si eguagliano in ampiezza e quindi lo scalino da superare appare importante per disegnare l’intera strategia 2026.
Dollaro che offre poca fiducia agli investitori ora con ancora più incertezza a causa del destino della politica dei dazi, ma euro che non appare capace di forzare livelli tecnici oltre i quali si aprirebbero scenari completamente nuovi che potrebbero costringere la BCE a muoversi sui tassi per raffreddare la forza della moneta unica. Risultato, stallo assoluto.

Il Dollar Index sembra confermare la volontà emersa la scorsa settimana di ritornare almeno a testare le resistenze posizionate poco sotto quota 100. La bear trap è stata smascherata e ora il mercato potrebbe tentare di riposizionarsi su livelli più elevati ripianando gli eccessi che si erano venuti a creare nelle scorse settimane. Se questo sarà l’inizio di una reazione lo scopriremo solo con il test delle resistenze. Per il momento quello in corso viene considerato un mero movimento correttivo.

Stati Uniti che certificano la jobless recovery del proprio tessuto economico con una creazione di posti di lavoro a gennaio superiore alle attese, ma una netta revisione dei nuovi occupati sull’intero 2025. L’inflazione continua il suo processo di raffreddamento a gennaio registrando un aumento del 2,4%.
Europa alle prese con le solite divisioni politiche tra alleati che vogliono un maggiore federalismo e altri che preferiscono una maggiore ingerenza di Bruxelles negli affari interni soprattutto su temi come difesa e debito. BCE attendista.
EurUsd che ancora una volta sfida le resistenze di 1.19 prima di ritracciare. Anche il Dollar Index su supporti cruciali.
Un dato sull’occupazione agrodolce negli Stati Uniti permette al dollaro di rintuzzare l’ennesimo attacco alla zona di 1.19.
Con un numero di posti di lavoro creati doppio (130 mila) rispetto alle attese e una disoccupazione scesa al 4.3%, il mercato del lavoro di gennaio ha fatto sorridere l’amministrazione americana. Ma c’è un però. L’intero numero di posti creato nel 2025 è stato nettamente rivisto al ribasso confermando la natura di jobless recovery della congiuntura attuale. Altro dato che ha fatto storcere il naso è che al netto dei posti di lavoro creati nel settore ospedaliero, del tempo libero e governativo, c’è stata una decrescita di posti di lavoro. Una dinamica che va avanti dal 2023 e che sicuramente rappresenta un’incognita sulle prospettive future dell’occupazione visto anche l’avvento dell’AI.
Altro dato importante della settimana quello sull’inflazione. I prezzi al consumo di gennaio sono aumentati del 2,4%, meno del 2,7% di dicembre elemento che ha fatto scendere i rendimenti decennali americani tornati vicino al 4%.
Tanto materiale per una Federal Reserve che il mercato prevede sempre con un paio di taglio nel costo del denaro nel corso dei prossimi mesi con l’avvento del nuovo Presidente da maggio in avanti. Il mercato stima un nuovo taglio nei tassi da parte della FED nel mese di giugno.
Intanto la Camera americana sfida apertamente Trump approvando una risoluzione che prevede l’abolizione dei dazi verso il Canada grazie al voto di sei repubblicani in aperto dissenso con il Presidente. La risoluzione mira a porre fine allo stato di “emergenza nazionale” dichiarato da Trump nel febbraio 2025 e rappresenta una prima crepa nel sostegno al presidente. Le elezioni di mid terms si avvicinano e il tycoon deve cominciare a prendere atto di una parziale perdita di consenso elettorale.
Un terzo massimo crescente per EurUsd e l’ennesima faticosa opera di ricopertura da parte di un mercato che fatica ad accettare l’idea di un biglietto verde che supera 1,2 nel rapporto con l’euro.
Comincia a farsi largo l’idea di una correzione più sostaziosa su EurUsd se anche nelle prossime settimane i tentativi di scavalcare le resistenze dovessero risultare vani. A quel punto prenderebbe corpo l’ipotesi di un periodo correttivo più profondo con direzione 1,15. La chiusura di settimana rende comunque ancora attuale l’ipotesi di un nuovo assalto alle resistenze soprattutto ora che i tassi americani appaiono in ridimensionamento.

Se per EurUsd lo scoglio di resistenza di 1,19/1,20 rimane in questo momento ostico da superare almeno fino alla fine del mese dove la stagionalità sorride al biglietto verde, sul Dollar Index la forza ritrovata dallo yen comprime nuovamente il valore del dollaro.
Il ghiaccio sul quale poggia la valuta americana è sottile. Se 1,19 rappresenta il livello cruciale nel rapporto con l’euro, sul DXY è 96,5/96,8 il punto critico.
Nell’estate scorso per ben due volte il mercato ha sollecitato il supporto, sfondato solo marginalmente a fine gennaio per il crollo dello yen.
Dopo una rapida ricopertura siamo di nuovo a ridosso del supporto. Uno sfondamento questa volta sarebbe fatale per il biglietto verde.

La BCE come previsto ha lasciato invariati i tassi al 2% confermando indirettamente che l’euro forte non rappresenta un problema. Anzi, aiuta a contenere le spinte inflazionistiche di una domanda interna che sta trainando la crescita dell’Eurozona.
Secondo uno studio BCE una crescita del 10% nel valore dell’euro riduce l’inflazione di circa 25 punti base dopo 12 mesi.
L’ultimo trimestre del 2025 ha visto crescere i consumi oltre le attese dello 0,3% con la disoccupazione in calo al 6,2%. Germania, Spagna e Italia sono cresciute più delle previsioni e questo serve anche per contestualizzare le recenti dichiarazioni di Merz circa l’effettiva forza dell’euro. Che per ora non ha inciso troppo sulla ripresa economica.
Anche in Gran Bretagna i tassi sono rimasti invariati ma qui il mercato pensa che la BOE a breve taglierà e questo ha contribuito a zavorrare la sterlina.
Economia che invece si fa beffe della politica monetaria (dando ragione a Powell e la FED sul mantenimento dei tassi al livello corrente) è quella americana. L’ISM manifatturiero è salito ai massimi da agosto 2022 sopra i 50 punti. Il rapporto tra nuovi ordini e scorte ha raggiunto il punto massimo da luglio 2021. Il sottoindice relativo all’occupazione migliora. Il sottoindice relativo ai prezzi pagati aumenta leggermente.
Tutti numeri che giustificano una risalita dei rendimenti decennali americani oltre il 4,25% offrendo un paracadute al biglietto verde che chiude in parte quella divergenza che si era venuta a creare con lo spread Usa-Germania in moderato allargamento da dicembre.
Gli amanti della tecnica delle candele giapponesi riconosceranno indubbiamente la figura di shooting star (stella cadente) che si è venuta a formalizzare alla fine della scorsa settimana dopo il tentativo di break di 1,19 da parte di EurUsd.
Tra nuovo Presidente della FED, ma soprattutto dati macro molto solidi, il dollaro ha così scongiurato quella rottura tecnica rialzista che aprirebbe uno squarcio nel futuro del biglietto verde.
Sappiamo da tempo che 1,19 rappresenta, forse ancora più di 1,20, un livello di resistenza importante. Qui la gamba rialzista cominciata nel 2025 eguaglia in ampiezza quella 2022-2023. Ma poco sopra troviamo anche il 38,2% di ritracciamento dell’intero ribasso di EurUsd cominciato nel 2008.
Ecco spiegato perché il mercato indugia su questi livelli. Il primo tentativo è fallito, da vedere se si tratta di un rinvio oppure di un segnale concreto di ritorno dei compratori sul biglietto verde. Al momento il nostro scenario preferito vede il dollaro americano ancora poco attraente in un ideale portafoglio di valute ex euro.

Se quella su EurUsd di fine gennaio è stata una bull trap lo scopriremo molto presto, precisamente nel momento in cui il cambio tornerà eventualmente a testare la zona di supporto di 1,15, violandola al ribasso. In quel caso avremo la conferma che il movimento dell’euro arrestato in prossimità di resistenze critiche come visto sopra, è stato una esasperazione di un rialzo destinato ad invertire rotta. Solo se il cambio scenderà sotto 1,15 la view sul biglietto verde cambierà favorevolmente.
