Per l’ennesima volta il Presidente americano ha tentato di forzare la mano ai propri partners economici e militari nel tentativo di andare a una trattativa favorevole agli Stati Uniti.
Sulla questione groenlandese Trump ha però alzato troppo l’asticella scatenando reazioni da parte di alleati storici come il Canada e l’Europa pronti a risolvere la questione sullo stesso terreno minacciato dal tycoon, ovvero i dazi. Tutto ciò con un non irrilevante ingrediente che ha fatto desistere il Presidente dall’andare avanti.
Il debito americano per oltre il 40% della sua composizione è in mano alle istituzioni europee e lunedì evidentemente qualcuno deve aver pensato di servire sul piatto della trattativa proprio la vendita dei Treasuries.
Risultato, rendimenti decennali sui Treasuries schizzati al 4,3% e dollaro vicino a 1,18 contro euro. Alla fine Trump sembra essere sceso a miti consigli accettando l’intervento Nato in Groenlandia e accordi sullo sfruttamento dei ricchi giacimenti di terre rare. Per ora può bastare ma gli ex amici europei e canadesi non si fidano. Sicuramente il ciclone Trump non si fermerà qui e nuove puntate sono da mettere in preventivo.
Intanto vanno avanti in seno alla Casa Bianca le trattative per sostituire Powell alla Casa Bianca. Ancora riservo sul nome del futuro Presidente della FED che immaginiamo sarà più vicino alle posizioni di Trump e quindi ad un approccio meno hawkins sui tassi. L’economia però male non va e la questione è tutt’altro che semplice da attuare.
Per quello che riguarda l’Europa sul fronte economico nonostante tutte le turbolenze l’indice Zew tedesco conferma i miglioramenti in atto nel Vecchio Continente e nella stessa Germania che ha messo in archivio un quarto trimestre migliore delle aspettative.
Non servono analisi particolarmente complesse su EurUsd per capire cosa è successo lunedì scorso con una reazione molto limpida del mercato al tono dello scontro tra USA e Europa.
Il dollaro stava avvicinandosi ad un punto di supporto cruciale in zona 1,15 al di sotto del quale si poteva tranquillamente pronosticare un ritorno a 1,12 in un contesto benevolo per il biglietto verde.
Nulla di tutto ciò, ma oltretutto una debolezza del dollaro coincisa con un rialzo dei rendimenti americani a lunga scadenza, segno di capitali in uscita probabilmente dagli asset USA.
Un avvertimento al tycoon? Vedremo, certo per Trump potrebbe essere molto pericoloso portare EurUsd a “sfidare” le resistenze di 1.19.
Un superamento sarebbe fortemente bullish per i prossimi mesi primaverili in cui verrà meno il supporto stagionale per il biglietto verde.

Forse però i tempi per un break rialzista di EurUsd non sono ancora maturi.
Questo sembra suggerire il price oscillator, un indicatore che misura la differenza tra prezzo spot e media mobile a lungo termine.
Come si può apprezzare graficamente un price oscillator che supera certi livelli segnala la necessità di rifiatare per il cambio, non necessariamente un top primario immediato.
Questo è accaduto nei mesi scorsi con l’indicatore prima in ipercomprato e poi in divergenza con il cambio che ha agevolato l’avvio di questa fase laterale.
Fase che sta gradualmente riposizionando EurUsd sulla media mobile.
Dovesse esserci uno sfondamento verso il basso l’approccio verso il biglietto verde si farebbe più positivo ma al momento questo scenario ci sembra improbabile e non possiamo escludere un clamoroso break verso l’alto con nuovi ambiziosi obiettivi rialzisti per la primavera.

Settimana densa di eventi macro negli Stati Uniti.
Ma l’avvio di settimana ha visto subito come top news la messa sotto indagine del Presidente della FED Powell per i costi della nuova sede della banca centrale, già più volte invocata da Trump come uno dei punti più oscuri della guida di Powell. il rischio di un progressivo smantellamento dell’indipendenza della FED rappresenta un fattore che remerebbe in teoria contro il dollaro che però in settimana ha conosciuto anche l’atteso dato sull’inflazione di dicembre e soprattutto il giudizio della Corte Suprema sui dazi.
L’inflazione statunitense continua il suo lento degradare verso l’obiettivo 2% della FED con il tasso core che a dicembre è cresciuto al passo più basso da marzo 2021 (2.6%). Il mercato sconta per certo però un nulla di fatto nel FOMC del 28 gennaio mentre si moltiplicano le speculazioni sulla futura guida della FED visto che proprio Powell a maggio terminerà il suo mandato.
Bene anche il mercato del lavoro con i sussidi alla disoccupazione che inaspettatamente sono scesi la scorsa settimana.
Ma indubbiamente a tenere banco sullo sfondo sono soprattutto gli eventi geopolitici dove si intrecciano anche gli interessi europei, cinesi e medio orientali.
Dopo il Venezuela sembra adesso essere il turno dell’Iran con le rivolte popolari che mettono a rischio il regime che sta reagendo con una repressione molto violenta.
Passa in secondo piano anche la questione ucraina visto che per l’Europa si apre il fronte groenlandese con le mire di Trump sull’isola più grande del mondo sotto il controllo della Danimarca e comunque della Nato. L’invio di un piccolo contingente di forze militari pan europee rischia di aumentare le tensioni con gli USA.
Una serie di eventi che per il momento non hanno scalfito l’ottimismo di mercati azionari a nuovi massimi storici mentre è stallo sul mercato obbligazionario. Il dollaro invece riprende ancora qualche posizione sull’euro tornando in zona 1,16.
Da inizio anno EurUsd ha avuto praticamente una sola direzione che è stata quella moderatamente ribassista. Il ritorno di interesse sul biglietto verde ha motivazione di sentiment (c’era troppo ottimismo attorno al dollaro) e di stagionalità (gennaio e febbraio storicamente sono mesi favorevoli al biglietto verde).
Una tendenza che prosegue e che troverà nella linea di supporto di 1,15 il punto cruciale sul quale si potranno definire nuove strategie tattiche su EurUsd.
Non escludo un interessamento di questa zona di prezzo nelle prossime settimane.

L’ipercomprato estivo su EurUsd sta lasciando spazio ad una lunga fase laterale che normalizza il sentiment di operatori troppo esposti al lato long euro.
Un movimento, quello del cambio, che idealmente potrebbe portarci fino ai supporti di 1,124 dove probabilmente i compratori di euro si riaffaccerebbe in modo più convinto a quel punto con una condizione di oscillatori decisamente meno “estrema” rispetto ai mesi precedenti.
Per le prossime settimane sono quindi due i livelli sui quali potrebbe essere opportuno ricominciare ad accumulare posizioni long di euro, 1,15 e 1,124.

La destituzione del Presidente venezuelano Maduro ha aperto nuovi scontri geopolitici all’interno di un sistema già di per sé teso. Russia e Cina immediatamente hanno sollevato critiche all’azione americana di sostituire la guida venezuelana prendendo praticamente una sorta di controllo politico e commerciale del paese, soprattutto per quello che riguarda il controllo delle risorse naturali.
Ma Trump sta alzando il tiro anche nel tentativo di preparare un possibile giudizio avverso proveniente dalla Corte Suprema sui dazi, ma pure sui file del caso Epstein che potrebbero vederlo coinvolto.
Il Presidente ha così allargato le sue mire verbalmente su altri paesi del Sud America come Messico e Colombia, ma anche sulla Groenlandia, territorio sotto il controllo politico danese ma che gli Stati Uniti vorrebbero “acquistare” perché ricco di materie prime e nelle mire di Russia e Cina. Il confronto-scontro con l’Europa dopo la questione ucraina rimane sul campo.
I dati americani confortano soprattutto lato non manifatturiero. L’Ism servizi è risultato ben superiore alle aspettative, in crescita rispetto al mese precedente. Soprattutto, è apparsa convincente la componente anticipatrice dei nuovi ordini, ai massimi degli ultimi quattordici mesi. In raffreddamento anche la componente dei prezzi pagati e questo è un messaggio rassicurante per una FED che può contare anche su una disoccupazione in calo, mentre i posti di lavoro creati a dicembre non sono stati più di 50 mila.
Il dato di inflazione in Eurolandia ha fissato nel 2% il dato su base annua, in perfetta sintonia con i tassi ufficiali. Mercati che finora hanno dato credito a Lagarde la quale ha promesso stabilità nella politica monetaria. Di questo non ne ha beneficiato l’euro che ha ripiegato fino a 1,16.
Certamente indispone questa incapacità della moneta unica di salire ulteriormente oltre le resistenze, ma sappiamo anche che fino alla fine di febbraio la stagionalità sorride al dollaro.
Il cambio più importante del pianeta non è riuscito in questo inizio di anno ad avere ragione delle resistenze. Un sentiment eccessivamente favorevole all’euro combinato a una stagionalità sfavorevole agevolano un processo di trading range che troverà in zona 1,15 un primo momento della verità. Qui passa la neck line di un potenziale testa e spalla che, se violata riporterebbe EurUsd fino a 1,125 con possibile estensione fino a 1,105 il 38,2% di ritracciamento di tutto il bull market recente.

Un fattore che rimane sotto traccia, ma dagli effetti potenzialmente esplosivi per EurUsd, è quello di una volatilità che rimane molto compressa. Le bande di Bollinger ancora una volta confermano, con la vicinanza tra bande superiori e inferiori che fanno risaltare un trading range che potrebbe uscire da qualsiasi lato avviando un nuovo trend nel 2026. Permangono valide le indicazioni di tenere sotto stretta osservazione 1,19 e 1,15 come i due livelli oltre i quali la volatilità su EurUsd potrebbe avere qualcosa da dire.

In assenza di dati macro causa festività natalizie e di fine anno e in attesa delle nuove informazioni che arriveranno dai mercati nelle prossime sedute, può essere interessante fare una sintesi di un interessante report di J.P.Morgan pubblicato a fine 2025.
J.P.Morgan ha espresso la sua opinione sul futuro del dollaro americano. Dopo un ciclo rialzista di circa 14 anni culminato a inizio 2025 con un cambio effettivo reale ai massimi dagli anni ’80, il dollaro ha imboccato secondo gli analisti americani una nuova traiettoria ribassista che dovrebbe proseguire nei prossimi anni, salvo shock disordinati.
La forza del dollaro è stata alimentata da tre pilastri: crescita statunitense superiore al resto del mondo, migliori rendimenti reali e straordinaria performance dell’azionario USA, fiducia nelle istituzioni (stato di diritto, indipendenza della Fed, ruolo del dollaro come bene rifugio).
Questi pilastri stanno però cambiando. I dazi USA e la minore apertura commerciale ridurranno nel tempo il disavanzo delle partite correnti e quindi la domanda USA di beni esteri, costringendo Paesi come Cina e Germania a stimolare la domanda interna e trattenere più capitale “in casa”, invece di reinvestirlo in asset denominati in dollari. Allo stesso tempo, la reflazione in Giappone e il rialzo dei rendimenti locali incentivano gli investitori giapponesi, principali detentori stranieri di Treasury, a rimpatriare capitali, indebolendo ulteriormente il dollaro. E poi c’è la FED e il rischio che il suo nuovo Presidente non prenda decisioni indipendenti dagli umori di Trump. Ma anche il ruolo delle criptovalute come potenziale mezzo di pagamento concorrente al dollaro è messo tra i fattori di rischio per un biglietto verde che dovrebbe secondo JPM progressivamente indebolirsi.
Stimato in circa un 7% di eccesso di valutazione rispetto all’euro, gli analisti americani confermano l’opportunità di coprire parte degli attivi in dollaro nonostante un costo dell’hedging che sta scendendo ma rimane storicamente elevato.
Considerando che la preferenza relativa anche di valutazioni per le borse ex US tende storicamente a coincidere con una debolezza della valuta locale e che lo status di bene rifugio non pare essere in questo momento una caratteristica del biglietto verde, una minor esposizione al dollaro pare essere il messaggio di sintesi finale di questa analisi in buona parte condivisibile ma che dovrà passare per conferme di prezzo da parte del mercato.
Sotto il profilo squisitamente tecnico EurUsd ha fatto quello che doveva nel 2025. La gamba di rialzo sviluppata nel corso dell’anno è stata pari a quella 2022-2023 eguagliandola in ampiezza proprio a 1.19.
Era inevitabile una fase di stallo di fronte ad una resistenza così importante e quello che non dovrà succedere per l’euro sarà scendere sotto l’area di 1.12.
Ogni puntata verso il basso di EurUsd teoricamente rappresenterà una finestra di opportunità per coprire il rischio cambio dollaro, mentre uno strappo sopra 1.19 interromperebbe definitivamente una fase laterale preludendo a un 2026 ancora negativo per il biglietto verde.

Manca l’evento formale, ma se si dovesse verificare il break ribassista della up trend line che guida il rialzo del dollaro dal 2011 avremmo una quasi certezza temporale su quando arriverà quello che si preannuncerebbe come un minimo di assoluto spessore per il biglietto verde.
Un ciclo di lunghissimo termine ci dice che ogni 200 mesi circa il dollaro ha realizzato nella sua storia un bottom dal quale sarebbe ripartita una rabbiosa reazione.
Nella primavera del 2028 potremmo cominciare ad affilare le armi per andare lunghi di dollari se dovesse cedere quella zona di supporto di 96/97 attualmente interessata dal mercato.
Il cambio di guardia alla FED nel primo semestre del 2026 potrebbe essere il market mover ideale per suscitare una debolezza più forte sul dollaro.

Trump annuncia un America in forte ripresa addossando tutte le colpe al precedente presidente per quanto riguarda soprattutto inflazione, immigrazione e forza diplomatica.
Al di là della propaganda l’aspetto che sta cominciando a preoccupare il mercato è la volontà di mettere la Federal Reserve sotto il controllo indiretto della Casa Bianca con l’elezione del sostituto di Powell che dovrà tenere conto delle opinioni di Trump che orientato ad avere tassi di interesse molto più bassi di quelli attuali.
Con mercati azionari non lontani dai massimi storici e inflazione che fatica a scendere sotto al 3% in modo stabile, il rischio potrebbe essere non indifferente nell’adottare questa strategia. E il dollaro sta infatti pagando il contesto.
L’America esce ridimensionata dallo shutdown dopo che le statistiche definitive del mercato del lavoro tra settembre e novembre sono state rese note. La media di nuove buste paga emesse nel trimestre è stata di appena 12 mila unità nel settore privato con il mese di ottobre che ha bruciato 105 mila posti di lavoro prima di recuperarne 64 mila a novembre.
Il costo del lavoro si è bloccato nella crescita a novembre ridimensionando a +3,5% il tasso di crescita dell’intero anno. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,6%, il massimo da settembre 2021.
Solo le vendite al dettaglio in crescita dello 0,8% hanno fornito un po’ di sereno in dati che potrebbero costringere la FED a più di un taglio nei tassi nel 2026.
Inflazione in ripiegamento ma con un dato parziale sempre a causa dell’assenza di tutte le informazioni provenienti dai vari distretti.
In Europa alcuni interessanti dati (seppur al di sotto delle attese) hanno confermato che la ripresa è in atto. Ad esempio, l’IFO tedesco si è mantenuto vicino ai 90 punti. I Pmi a loro volta si sono leggermente contratti ma rimangono sopra i 50 punti. Infine, bene lo Zew tedesco sui massimi degli ultimi 5 mesi. La BCE ha confermato che i tassi rimarranno fermi per l’intero 2026.
Intanto la Bank of England dopo il netto raffreddamento dell’inflazione salita del 3,2% su base annua contro attese del 3,4% e la disoccupazione salita al 5,1%, ha tagliato i tassi come da previsioni al 3,75%.
La figura di testa e spalla rialzista segnalata la scorsa settimana ha preso corpo arrivando a realizzare quello che era un obiettivo minimo. Un movimento al rialzo che potrebbe trovare la zona compresa tra 1,18 e 1,19 il punto ideale di arrivo prima di un ritorno dei compratori di dollari.
Fase che sarà comunque propedeutica ad un nuovo tentativo del biglietto verde di attaccare l’euro in zona 1,15/1,16 per cercare di spezzare una lateralità ormai evidente da tempo.

Dollar Index che subisce la stagionalità negativa (dicembre è il mese peggiore dell’anno) e il livello di supporto che sta nuovamente per essere sollecitato è di quelli che nei primi mesi del 2026 potrebbe alimentare una nuova reazione verso l’alto per il dollaro.
Non solo per una questione stagionale, gennaio e febbraio non sono così avversi al dollaro, ma anche di indicatori. Il tasso di variazione a 52 settimane sta infatti giungendo in prossimità di quella soglia spartiacque di -10% che in passato ha sempre innescato un rimbalzo del dollaro. Non dovesse esserci questa reazione per il dollaro si prospetterebbe un 2026 all’insegna della debolezza ancora più profonda di quella vista nel 2025.

Donald Trump voleva di più, ma Powell ha concesso solo 25 punti base di riduzione nel costo del denaro, decisione ampiamente scontata dai mercati da diverse settimane. La cautela serpeggia nel FOMC e fino a maggio, data in cui si insedierà il nuovo Presidente della FED, non si dovrebbe andare oltre un solo taglio nei tassi che scenderebbero quindi al 3.5% in attesa del cambio di guida probabilmente filo trumpiana e quindi decisamente più orientata alla riduzione del costo del denaro.
A frenare la banca centrale nel compiere mosse più aggressive la carenza di dati causa shutdown, ma anche un’inflazione che come ha dimostrato il deflatore del Pil fatica ad allontanarsi dalla zona 3% (ultimo dato 2.8%).
Da capire quanto tutto ciò sia effetto dazi, oppure effetto di un’economia ancora surriscaldata sul fronte immobiliare e finanziario visto il recente nuovo ritocco dei massimi storici da parte dei mercati. Quello che preoccupa la FED è un persistere dei tassi a lunga scadenza sopra il 4%, segno che il mercato vede tensioni inflattive nel medio periodo.
A questo si aggiunge una persistente tensione sul mercato del lavoro a causa del minor afflusso di immigrati che alza il costo del lavoro e le tensioni salariali.
Fin da subito la Federal Reserve si impegnerà ad acquistare sul mercato titoli a breve scadenza inizialmente per 40 miliardi di dollari (poi progressivamente meno), e fino ad aprile. Un nuovo QE non tanto necessario per creare liquidità ma per ricostituire le riserve bancarie e gestire meglio le recenti tensioni sul mercato della liquidità overnight.
A tenere banco però sono soprattutto le tensioni con gli ormai ex alleati europei stando alle dichiarazioni di Trump. Una pericolosa escalation attorno alla questione bellica ucraina che stando al piano di pace concordato tra Russia e Usa metterebbe ai margini l’Europa e costringerebbe l’Ucraina a una sostanziale resa.
Tensioni che proseguono e che rischiano di minare il processo di ripresa in corso ben rappresentato dalla contrazione dello spread tra rendimenti americani e tedeschi ormai arrivato ai minimi degli ultimi 2 anni sotto quota 140 punti base. Elemento di mercato che fa però bene all’euro.
Sapevamo che dicembre sarebbe stato un mese tradizionalmente positivo per l’euro e la regola si sta confermando. A trascinare al rialzo la moneta unica europea non solo il taglio dei tassi americano a fronte di tassi in Europa stabili o addirittura visti in aumento da alcuni esponenti BCE nel corso del 2026, ma anche una contrazione dello spread di rendimento tra tassi decennali americani e tedeschi, indicatore a cui è sempre molto legato l’andamento di EurUsd.
Come vediamo dal grafico lo spread è ai minimi degli ultimi 2 anni e chi sembra in ritardo nell’aggiustamento di prezzo pare proprio EurUsd che dovrebbe posizionarsi a livelli superiori rispetto a quelli attuali, almeno stando a queste metriche.

Dal punto di vista tecnico non sembrano esserci grandi dubbi. EurUsd ha formalizzato una figura di testa e spalla rialzista che dovrebbe alimentare un rialzo capace di spingere il cambio fino sotto i massimi di area 1,18/1,185 nelle prossime settimane. La stagionalità, come detto, è favorevole all’euro, gli oscillatori sono ben impostati per un ulteriore allungo ed ora anche l’analisi grafica sembra supportare questo movimento.

L’imminente taglio dei tassi da parte della Federal Reserve questa settimana è circondato da diversi dubbi su quanto poi sarà seguito da nuove manovre espansive nel corso del 2026.
Nelle ultime settimane il ritorno dei dati macro dopo lo shutdown e qualche dichiarazione contrastante da parte di esponenti FED ha riacceso la speculazione attorno ad un nulla di fatto addirittura fino a maggio, mese in cui Powell abbandonerà la guida della FED.
I rendimenti a lunga scadenza non sono riusciti a scalfire la soglia del 4% e questo potrebbe essere effettivamente un viatico per una pausa da parte del FOMC.
In realtà dati macro come l’Ism servizi hanno confermato una ripresa in corso sorprendendo verso l’alto con la componente prezzi in ulteriore raffreddamento.
Opposto però l’andamento dell’ISM manifatturiero sceso ai minimi da 6 sei mesi a questa parte e deludente pure la produzione industriale. A quanto pare, i dazi non hanno riacceso l’industria americana della manifattura.
Il mercato del lavoro non sembra in tensione stando alle richieste settimanali di sussidi alla disoccupazione. I prezzi faticano però a rientrare verso l’obiettivo del 2% come confermato dal PCE uscito a +2,8% a novembre. Dato core in rialzo del 2,8%.
In Europa gli indici anticipatori Pmi hanno fornito risposte confortanti salendo ben oltre i 50 punti con l’inflazione che a sua volta in modo inatteso è risalita al 2.2%. La BCE non si muoverà a questo punto sui tassi di interesse.
L’incertezza americana, assieme al ritrovato sentiero di moderata crescita europea, riporta il denaro sull’euro che torna a puntare le resistenze su EurUsd come vedremo tra poco.
Mettiamoci la stagionalità, mettiamoci il taglio dei tassi della FED e la prospettiva di una guida più dovish nel 2026, mettiamoci la necessità di ripianare i bilanci federali tinti di rosso negli ultimi anni, ma per il dollaro ancora non sembrano intravedersi buone motivazioni per rimanere o andare lunghi.
La volatilità su scala settimanale è decisamente compressa come possiamo apprezzare dalla vicinanza dei due estremi delle bande di Bollinger, superiore ed inferiore. Sopra 1,18 oppure sotto 1,15 qualcosa di importante dovrebbe accadere e quindi meglio stare all’erta.
A giudicare dall’impostazione assunta da un oscillatore di momentum come l’SMI il movimento prossimo dovrebbe essere verso l’alto permettendo all’euro un nuovo assalto a quella zona di 1,19/1,20 ora più agevolmente raggiungibile grazie ad un sentiment più equilibrato su euro e dollaro.

Vogliamo riproporre il grafico giornaliero di EurUsd perché proprio qui si vedono chiaramente le intenzioni di mercati che hanno già forzato la down trend line di breve periodo completando una figura di testa e spalla rialzista che dovrebbe condurci almeno a 1,18 nelle prossime sedute FED permettendo.
A quel punto anche l’ipotetica figura di testa e spalla, stavolta ribassista con impatti di medio periodo, andrebbe in soffitta definitivamente e il raggiungimento di nuovi massimi sarebbe gioco facile per la moneta unica europea che a quel punto potrebbe guardare al 2026 come anno in cui piazzare un colpo fatale al dollaro americano.

Il 10 dicembre la Federal Reserve dovrebbe tagliare i tassi secondo le idee di un mercato che percepisce una minor pressione dall’inflazione ed un mercato del lavoro in ulteriore rallentamento. La FED di un Powell che uscirà di scena a maggio lasciando la carica forse a quel Kevin Hasset che rumors danno come preferito tra i candidati prescelti dalla Casa Bianca.
Se la FED taglierà il costo del denaro al 3,50%-3,75% sarà perché anche i prezzi alla produzione del settore servizi stanno rallentando nel loro processo di crescita. Il mercato del lavoro invece rimane tiepido con alcuni dati preliminari che sembrano anticipare un non felicissimo dato sui nuovi posti di lavoro creato a ottobre.
Il Thanksgiving si presenta comunque un po’ meno incerto di quello che si prospettava solo la settimana scorsa quando soprattutto i titoli tecnologici sono stati colpiti da vendite importanti. Il taglio dei tassi da parte della FED dovrebbe garantire una spinta ai consumi nel mese di dicembre e il mercato azionario sembra esattamente andare in questa direzione alla caccia di nuovi massimi non così distanti dopo una mini correzione di poco più del 5%.
Proprio la ventilata ipotesi di Hasset a capo della FED ha alimentato quell’euforia da deregulation e politiche dovish che hanno anche ridotto i rendimenti a lunga scadenza sui Treasury tornati al 4%.
In Europa l’unico dato di rilievo è stato l’IFO tedesco uscito leggermente sotto le attese ma poco cambierà nelle idee della BCE che manterrà i tassi al 2%.
Presentato intanto il piano di bilancio in Gran Bretagna con importanti aumenti di imposte e tagli alle spese e con una serie di iniziative mosse a salvaguardare il debito inglese. La sterlina ha recuperato terreno considerando sventato uno scivolone come quello che costò qualche anno fa la poltrona di primo ministro a Liz Truss.
Intanto per EurUsd comincia uno dei mesi più favorevoli dell’anno.
Nei due anni precedenti oscillatori di momentum come l’Rmi hanno intercettato con un buon timing il momento in cui il rimbalzo dell’euro era evento probabile.
Tranne il caso dell’ultimo quarto del 2024 quando l’evento elettorale americano ha fatto uscire dai binari questo pattern, un Rmi in ipervenduto come accaduto a novembre ha anticipato un rimbalzo di EurUsd.
Sarà interessante verificare se anche questa volta andrà così con una eventuale zampata ribassista di EurUsd fino a 1,126 che rimane contemplata nello scenario migliore di chi vuole coprire gli attivi in dollari dal rischio cambio, oppure avviare una speculazione contro il biglietto verde.
Da quelle parti troviamo il 38,2% di ritracciamento di tutto il bull market dell’euro nel 2025 oltre che i ripetuti massimi dei periodi precedenti.
E probabilmente qui si creerebbe una condizione di divergenza tra prezzi e oscillatori molto invitante.
Vedremo se il meeting della FED del 10 dicembre fornirà la scusa buona al mercato per puntare questo supporto, oppure se il doppio minimo in formazione troverà la sua formalizzazione sopra 1.165. A quel punto il ritorno sui massimi estiva andrebbe dato per scontato.

A rendere però la salita dell’euro meno vigorosa potrebbe pensarci il segnale di un altro indicatore come il ROC a 18 mesi. Come vediamo dal grafico una sua salita oltre quota 9% in un anno e mezzo ha spesso frenato la forza di EurUsd nell’immediato ravvisando la necessità di veder scaricati un po’ di eccessi. Questo potrebbe preludere a un EurUsd che sale sì nella parte alta del recente trading range posta a 1,19, senza però andare oltre.

Lentamente stanno tornando ad affluire i dati macro americani mancati a causa shutdown. Soprattutto quelli legati all’occupazione di settembre hanno tenuto banco anche se saranno soprattutto i numeri di ottobre e novembre a fornire idee più chiare circa il rallentamento economico causato dal blocco dell’attività federale più lungo della storia.
A settembre sono salite le nuove buste paga, ma anche la disoccupazione con i sussidi in crescita. Il timore è che ad ottobre, mese dello shutdown andrà peggio.
Intanto è cominciata la corsa alla successione di Powell alla guida della FED. Secondo il ministro del Tesoro sono cinque i candidati rimasti in corsa e ovviamente tutti personaggi più dovish dell’attuale Presidente. Il neo eletto si troverà comunque di fronte un board spaccato in due con le tesi hawkins (nessun taglio a dicembre) che hanno ripreso vigore facendo risalire i tassi a lunga sopra il 4% stabilmente, rinforzando il dollaro e riducendo le probabilità di taglio nel costo del denaro il 10 dicembre.
Al momento i dati che emergono dai flussi finanziari (TIC) verso gli Stati Uniti rimangono confortanti con gli acquisti di asset, soprattutto azionari, cresciuto a settembre oltre 200 miliardi. La politica commerciale di Trump tenderà in teoria a ridurre il flusso di dollari che si muoveranno verso l’estero nel tentativo di ridurre il deficit commerciale.
Poche le novità giunte dall’Europa in settimana se non il persistere di una certa incertezza nella fiducia di consumatori e imprese con la questione geopolitica ucraina che rimane sempre sullo sfondo a preoccupare alla luce del nuovo piano americano-russo di tregua.
Occhi puntati soprattutto sul Giappone con i rendimenti a lungo termine che hanno scavalcato quelli cinesi e uno yen in caduta libera, e Gran Bretagna dove c’è curiosità per il nuovo piano economico Starmer e le decisioni della BOE dopo un dato di inflazione inferiore alle aspettative che apre le porte a nuovi tagli.
Il rimbalzo del Dollar Index sui supporti di lungo periodo lascerebbe pensare alla possibilità che per il biglietto verde la fase di debolezza sia agli sgoccioli. Se così fosse anche nel rapporto di forza relativo tra oro e argento, protagonista di un forte calo negli ultimi mesi con il cugino povero del metallo giallo in grande spolvero, dovremmo essere ai titoli di coda.
Anche qui la linea di supporto di lungo periodo sembrerebbe confermare tale ipotesi, ma come spesso accade in queste situazioni lo stazionare troppo a lungo su un supporto potrebbe essere un segnale di assenza di compratori.
Stando questa situazione non dovrebbero esserci grandi dubbi sul long dollaro e oro vs argento, ma preferiamo mantenere un approccio meno assolutista (e ottimista) attendendo dei forti segnali di conferma da parte del mercato che rendano più solida la prospettiva di una strategia bullish sulla valuta americana.

Innegabile che la recente nuova picchiata verso il basso da parte di EurUsd è un segnale da non trascurare perché riavvicina il biglietto verde a quella zona di supporto di 1,14 che graficamente fa da spartiacque tra una ripresa definitiva del bear market oppure un proseguimento di un trading range propositivo per nuovi massimi dell’euro.
In zona 1,14 troviamo il minimo di luglio nonché pivot di un doppio massimo e poco sopra la neck line di una potenziale figura di testa e spalla. Sfondare al ribasso significherebbe avere una prospettiva di discesa almeno fino a 1,10 per il cambio più famoso del pianeta.

La festa del Ringraziamento dovrebbe essere salva. La fine dello shutdown firmata da Donald Trump avverrà con una contestuale riapertura delle attività federali e con diversi dipendenti pubblici che potranno tornare al lavoro, ma anche con gli aiuti alimentari a tante famiglie in stato di bisogno che potranno ritornare a essere depositati sui conti correnti.
Per chi sta sui mercati saranno soprattutto i dati macroeconomici assenti da molto tempo a essere osservati con estrema attenzione. Soprattutto i dati sull’occupazione si teme daranno risposte non positive vista l’inattività di diversi servizi federali con ricadute inevitabili anche su quelli privati.
Anche la Federal Reserve si metterà al lavoro per estrapolare tutte le informazioni che servono per arrivare al prossimo FOMC preparata e prendere la decisione migliore. Che potrebbe essere quella di un taglio dei tassi salvo rigurgito dell’inflazione di novembre, ma anche un nulla di fatto come diversi esponenti della banca centrale (e lo stesso mercato che sconta una probabilità del 50% di taglio) lasciano trapelare.
Una situazione di stallo che non ha influenzato i listini azionari dove si sta però assistendo ad una rotazione settoriale evidente con il ritorno dei farmaceutici e dello stile value a discapito del growth.
Nulla di nuovo dall’Europa dove l’indice Zew tedesco non ha mostrato numeri particolarmente incoraggianti ma che non cambieranno la decisione di stabilità della BCE nel prossimo meeting di politica monetaria. Chi taglierà a dicembre dovrebbe essere invece la Bank of England che attenderà la presentazione del budget di bilancio governativo a fine novembre prima di abbassare i tassi visto la stato abbastanza fiacco dell’economia britannica.
Osservando il grafico del Dollar Index, ovvero quell’indice che sintetizza il valore spot del dollaro contro le principali valute mondiali (l’euro ha il peso maggiore seguito dallo yen), vediamo come il bel tentativo di reazione del biglietto verde è naufragato proprio sul più bello.
Il doppio minimo di giugno-settembre sembrava essere in procinto di essere formalizzato con tanto di ipotesi di rally misurabile in circa il 3-4% verso l’alto, ma niente di questo è avvenuto. Un ripiegamento quello che stiamo vedendo che fa pensare a una trappola per tori per il Dollar Index, con la resistenza di quota 100 che si dimostra ancora invalicabile. Un ritorno nella parte bassa di questo range non è improbabile a questo punto.

Non è andato oltre i primi supporti di 1.15 EurUsd e questo, in un contesto stagionalmente favorevole al dollaro, fa riflettere.
Gli oscillatori si sono resettati e attendiamo la graduale ripresa delle pubblicazioni delle esposizioni net long e short sui mercati futures per capire dove si sono posizionati speculatori e arbitraggisti. Certamente il sentiment negativo verso il dollaro è decisamente ridimensionato e questo offrirebbe carburante all’euro per salire.
Intanto un oscillatore come lo Stochastic Momentum Index sembra offrire segnali bullish che potrebbero proiettare il cambio verso quell’area di 1,18/1,19 che ha fatto da prima barriera nel precedente tentativo dell’euro.
