La pubblicazione dei verbali relativi all’ultimo FOMC ha confermato come Powell e soci preferiscano la prudenza a tagli più aggressivi sui tassi. Vero che l’inflazione sta continuando a raffreddarsi ma la crescita economica e il mercato del lavoro tutto sommato snobbano le previsioni di recessione arrivate dopo la lenzuolata di dazi trumpiana sui quali ora pesa la bocciatura della Corte Suprema. Negata al Presidente l’autorità di imporre tariffe doganali. Per ora avvolte nel mistero le conseguenze sui dazi già incassati e sugli accordi commerciali chiusi nei mesi scorsi. Intanto Trump minaccia dazi globali aggiuntivi del 10%.
Il mercato del lavoro americano ritrova tensioni sui salari a causa della scarsa offerta di lavoro per la minor presenza di immigrati e questo potrebbe essere un buon motivo per non abbassare i tassi almeno fino a giugno. Questo pensano i mercati che vedono politiche monetarie più hawkins in altre parti del mondo come Australia, Norvegia e Nuova Zelanda.
Si raffredda intanto l’inflazione nell’Eurozona con la Francia che ha visto scendere su base mensile i prezzi al consumo con rumors che darebbero Lagarde alle dimissioni prima delle elezioni francesi dell’anno prossimo. Fattori che hanno leggermente indebolito l’euro.
Il mercato azionario americano, intanto, si mette in coda quanto a performance nel 2026 e nell’ultimo anno, lasciando strada ad altre geografie.
Un atteggiamento che sta cominciando, seppur molto lentamente, a incidere sulla quota di market cap globale dell’America, una porzione percentuale che dovrebbe scivolare ancora più in basso nei prossimi mesi stando ai segnali di debolezza forniti dal Dollar Index.
Una simbiosi che negli ultimi mesi sta tardando a manifestarsi e che probabilmente trova proprio nei supporti di lungo periodo raggiunti dal Dollar Index un fattore di freno al disimpegno dagli asset americani. Dovessero cedere questi supporti (e l’euro salire sopra 1.20) la rotazione geografica prenderebbe ancora più vigore.
Tecnicamente poco da segnalare su EurUsd nonostante il caos dazi. Il mercato rimane molto incerto sul da farsi. Il tasso di variazione a 18 mesi sarebbe compatibile con un massimo primario come è sempre accaduto dal 2010 in avanti. Le due gambe rialziste sappiamo poi che a 1.19 si eguagliano in ampiezza e quindi lo scalino da superare appare importante per disegnare l’intera strategia 2026.
Dollaro che offre poca fiducia agli investitori ora con ancora più incertezza a causa del destino della politica dei dazi, ma euro che non appare capace di forzare livelli tecnici oltre i quali si aprirebbero scenari completamente nuovi che potrebbero costringere la BCE a muoversi sui tassi per raffreddare la forza della moneta unica. Risultato, stallo assoluto.

Il Dollar Index sembra confermare la volontà emersa la scorsa settimana di ritornare almeno a testare le resistenze posizionate poco sotto quota 100. La bear trap è stata smascherata e ora il mercato potrebbe tentare di riposizionarsi su livelli più elevati ripianando gli eccessi che si erano venuti a creare nelle scorse settimane. Se questo sarà l’inizio di una reazione lo scopriremo solo con il test delle resistenze. Per il momento quello in corso viene considerato un mero movimento correttivo.

Stati Uniti che certificano la jobless recovery del proprio tessuto economico con una creazione di posti di lavoro a gennaio superiore alle attese, ma una netta revisione dei nuovi occupati sull’intero 2025. L’inflazione continua il suo processo di raffreddamento a gennaio registrando un aumento del 2,4%.
Europa alle prese con le solite divisioni politiche tra alleati che vogliono un maggiore federalismo e altri che preferiscono una maggiore ingerenza di Bruxelles negli affari interni soprattutto su temi come difesa e debito. BCE attendista.
EurUsd che ancora una volta sfida le resistenze di 1.19 prima di ritracciare. Anche il Dollar Index su supporti cruciali.
Un dato sull’occupazione agrodolce negli Stati Uniti permette al dollaro di rintuzzare l’ennesimo attacco alla zona di 1.19.
Con un numero di posti di lavoro creati doppio (130 mila) rispetto alle attese e una disoccupazione scesa al 4.3%, il mercato del lavoro di gennaio ha fatto sorridere l’amministrazione americana. Ma c’è un però. L’intero numero di posti creato nel 2025 è stato nettamente rivisto al ribasso confermando la natura di jobless recovery della congiuntura attuale. Altro dato che ha fatto storcere il naso è che al netto dei posti di lavoro creati nel settore ospedaliero, del tempo libero e governativo, c’è stata una decrescita di posti di lavoro. Una dinamica che va avanti dal 2023 e che sicuramente rappresenta un’incognita sulle prospettive future dell’occupazione visto anche l’avvento dell’AI.
Altro dato importante della settimana quello sull’inflazione. I prezzi al consumo di gennaio sono aumentati del 2,4%, meno del 2,7% di dicembre elemento che ha fatto scendere i rendimenti decennali americani tornati vicino al 4%.
Tanto materiale per una Federal Reserve che il mercato prevede sempre con un paio di taglio nel costo del denaro nel corso dei prossimi mesi con l’avvento del nuovo Presidente da maggio in avanti. Il mercato stima un nuovo taglio nei tassi da parte della FED nel mese di giugno.
Intanto la Camera americana sfida apertamente Trump approvando una risoluzione che prevede l’abolizione dei dazi verso il Canada grazie al voto di sei repubblicani in aperto dissenso con il Presidente. La risoluzione mira a porre fine allo stato di “emergenza nazionale” dichiarato da Trump nel febbraio 2025 e rappresenta una prima crepa nel sostegno al presidente. Le elezioni di mid terms si avvicinano e il tycoon deve cominciare a prendere atto di una parziale perdita di consenso elettorale.
Un terzo massimo crescente per EurUsd e l’ennesima faticosa opera di ricopertura da parte di un mercato che fatica ad accettare l’idea di un biglietto verde che supera 1,2 nel rapporto con l’euro.
Comincia a farsi largo l’idea di una correzione più sostaziosa su EurUsd se anche nelle prossime settimane i tentativi di scavalcare le resistenze dovessero risultare vani. A quel punto prenderebbe corpo l’ipotesi di un periodo correttivo più profondo con direzione 1,15. La chiusura di settimana rende comunque ancora attuale l’ipotesi di un nuovo assalto alle resistenze soprattutto ora che i tassi americani appaiono in ridimensionamento.

Se per EurUsd lo scoglio di resistenza di 1,19/1,20 rimane in questo momento ostico da superare almeno fino alla fine del mese dove la stagionalità sorride al biglietto verde, sul Dollar Index la forza ritrovata dallo yen comprime nuovamente il valore del dollaro.
Il ghiaccio sul quale poggia la valuta americana è sottile. Se 1,19 rappresenta il livello cruciale nel rapporto con l’euro, sul DXY è 96,5/96,8 il punto critico.
Nell’estate scorso per ben due volte il mercato ha sollecitato il supporto, sfondato solo marginalmente a fine gennaio per il crollo dello yen.
Dopo una rapida ricopertura siamo di nuovo a ridosso del supporto. Uno sfondamento questa volta sarebbe fatale per il biglietto verde.

La BCE come previsto ha lasciato invariati i tassi al 2% confermando indirettamente che l’euro forte non rappresenta un problema. Anzi, aiuta a contenere le spinte inflazionistiche di una domanda interna che sta trainando la crescita dell’Eurozona.
Secondo uno studio BCE una crescita del 10% nel valore dell’euro riduce l’inflazione di circa 25 punti base dopo 12 mesi.
L’ultimo trimestre del 2025 ha visto crescere i consumi oltre le attese dello 0,3% con la disoccupazione in calo al 6,2%. Germania, Spagna e Italia sono cresciute più delle previsioni e questo serve anche per contestualizzare le recenti dichiarazioni di Merz circa l’effettiva forza dell’euro. Che per ora non ha inciso troppo sulla ripresa economica.
Anche in Gran Bretagna i tassi sono rimasti invariati ma qui il mercato pensa che la BOE a breve taglierà e questo ha contribuito a zavorrare la sterlina.
Economia che invece si fa beffe della politica monetaria (dando ragione a Powell e la FED sul mantenimento dei tassi al livello corrente) è quella americana. L’ISM manifatturiero è salito ai massimi da agosto 2022 sopra i 50 punti. Il rapporto tra nuovi ordini e scorte ha raggiunto il punto massimo da luglio 2021. Il sottoindice relativo all’occupazione migliora. Il sottoindice relativo ai prezzi pagati aumenta leggermente.
Tutti numeri che giustificano una risalita dei rendimenti decennali americani oltre il 4,25% offrendo un paracadute al biglietto verde che chiude in parte quella divergenza che si era venuta a creare con lo spread Usa-Germania in moderato allargamento da dicembre.
Gli amanti della tecnica delle candele giapponesi riconosceranno indubbiamente la figura di shooting star (stella cadente) che si è venuta a formalizzare alla fine della scorsa settimana dopo il tentativo di break di 1,19 da parte di EurUsd.
Tra nuovo Presidente della FED, ma soprattutto dati macro molto solidi, il dollaro ha così scongiurato quella rottura tecnica rialzista che aprirebbe uno squarcio nel futuro del biglietto verde.
Sappiamo da tempo che 1,19 rappresenta, forse ancora più di 1,20, un livello di resistenza importante. Qui la gamba rialzista cominciata nel 2025 eguaglia in ampiezza quella 2022-2023. Ma poco sopra troviamo anche il 38,2% di ritracciamento dell’intero ribasso di EurUsd cominciato nel 2008.
Ecco spiegato perché il mercato indugia su questi livelli. Il primo tentativo è fallito, da vedere se si tratta di un rinvio oppure di un segnale concreto di ritorno dei compratori sul biglietto verde. Al momento il nostro scenario preferito vede il dollaro americano ancora poco attraente in un ideale portafoglio di valute ex euro.

Se quella su EurUsd di fine gennaio è stata una bull trap lo scopriremo molto presto, precisamente nel momento in cui il cambio tornerà eventualmente a testare la zona di supporto di 1,15, violandola al ribasso. In quel caso avremo la conferma che il movimento dell’euro arrestato in prossimità di resistenze critiche come visto sopra, è stato una esasperazione di un rialzo destinato ad invertire rotta. Solo se il cambio scenderà sotto 1,15 la view sul biglietto verde cambierà favorevolmente.

Settimana densa di eventi macro negli Stati Uniti.
Ma l’avvio di settimana ha visto subito come top news la messa sotto indagine del Presidente della FED Powell per i costi della nuova sede della banca centrale, già più volte invocata da Trump come uno dei punti più oscuri della guida di Powell. il rischio di un progressivo smantellamento dell’indipendenza della FED rappresenta un fattore che remerebbe in teoria contro il dollaro che però in settimana ha conosciuto anche l’atteso dato sull’inflazione di dicembre e soprattutto il giudizio della Corte Suprema sui dazi.
L’inflazione statunitense continua il suo lento degradare verso l’obiettivo 2% della FED con il tasso core che a dicembre è cresciuto al passo più basso da marzo 2021 (2.6%). Il mercato sconta per certo però un nulla di fatto nel FOMC del 28 gennaio mentre si moltiplicano le speculazioni sulla futura guida della FED visto che proprio Powell a maggio terminerà il suo mandato.
Bene anche il mercato del lavoro con i sussidi alla disoccupazione che inaspettatamente sono scesi la scorsa settimana.
Ma indubbiamente a tenere banco sullo sfondo sono soprattutto gli eventi geopolitici dove si intrecciano anche gli interessi europei, cinesi e medio orientali.
Dopo il Venezuela sembra adesso essere il turno dell’Iran con le rivolte popolari che mettono a rischio il regime che sta reagendo con una repressione molto violenta.
Passa in secondo piano anche la questione ucraina visto che per l’Europa si apre il fronte groenlandese con le mire di Trump sull’isola più grande del mondo sotto il controllo della Danimarca e comunque della Nato. L’invio di un piccolo contingente di forze militari pan europee rischia di aumentare le tensioni con gli USA.
Una serie di eventi che per il momento non hanno scalfito l’ottimismo di mercati azionari a nuovi massimi storici mentre è stallo sul mercato obbligazionario. Il dollaro invece riprende ancora qualche posizione sull’euro tornando in zona 1,16.
Da inizio anno EurUsd ha avuto praticamente una sola direzione che è stata quella moderatamente ribassista. Il ritorno di interesse sul biglietto verde ha motivazione di sentiment (c’era troppo ottimismo attorno al dollaro) e di stagionalità (gennaio e febbraio storicamente sono mesi favorevoli al biglietto verde).
Una tendenza che prosegue e che troverà nella linea di supporto di 1,15 il punto cruciale sul quale si potranno definire nuove strategie tattiche su EurUsd.
Non escludo un interessamento di questa zona di prezzo nelle prossime settimane.

L’ipercomprato estivo su EurUsd sta lasciando spazio ad una lunga fase laterale che normalizza il sentiment di operatori troppo esposti al lato long euro.
Un movimento, quello del cambio, che idealmente potrebbe portarci fino ai supporti di 1,124 dove probabilmente i compratori di euro si riaffaccerebbe in modo più convinto a quel punto con una condizione di oscillatori decisamente meno “estrema” rispetto ai mesi precedenti.
Per le prossime settimane sono quindi due i livelli sui quali potrebbe essere opportuno ricominciare ad accumulare posizioni long di euro, 1,15 e 1,124.

La destituzione del Presidente venezuelano Maduro ha aperto nuovi scontri geopolitici all’interno di un sistema già di per sé teso. Russia e Cina immediatamente hanno sollevato critiche all’azione americana di sostituire la guida venezuelana prendendo praticamente una sorta di controllo politico e commerciale del paese, soprattutto per quello che riguarda il controllo delle risorse naturali.
Ma Trump sta alzando il tiro anche nel tentativo di preparare un possibile giudizio avverso proveniente dalla Corte Suprema sui dazi, ma pure sui file del caso Epstein che potrebbero vederlo coinvolto.
Il Presidente ha così allargato le sue mire verbalmente su altri paesi del Sud America come Messico e Colombia, ma anche sulla Groenlandia, territorio sotto il controllo politico danese ma che gli Stati Uniti vorrebbero “acquistare” perché ricco di materie prime e nelle mire di Russia e Cina. Il confronto-scontro con l’Europa dopo la questione ucraina rimane sul campo.
I dati americani confortano soprattutto lato non manifatturiero. L’Ism servizi è risultato ben superiore alle aspettative, in crescita rispetto al mese precedente. Soprattutto, è apparsa convincente la componente anticipatrice dei nuovi ordini, ai massimi degli ultimi quattordici mesi. In raffreddamento anche la componente dei prezzi pagati e questo è un messaggio rassicurante per una FED che può contare anche su una disoccupazione in calo, mentre i posti di lavoro creati a dicembre non sono stati più di 50 mila.
Il dato di inflazione in Eurolandia ha fissato nel 2% il dato su base annua, in perfetta sintonia con i tassi ufficiali. Mercati che finora hanno dato credito a Lagarde la quale ha promesso stabilità nella politica monetaria. Di questo non ne ha beneficiato l’euro che ha ripiegato fino a 1,16.
Certamente indispone questa incapacità della moneta unica di salire ulteriormente oltre le resistenze, ma sappiamo anche che fino alla fine di febbraio la stagionalità sorride al dollaro.
Il cambio più importante del pianeta non è riuscito in questo inizio di anno ad avere ragione delle resistenze. Un sentiment eccessivamente favorevole all’euro combinato a una stagionalità sfavorevole agevolano un processo di trading range che troverà in zona 1,15 un primo momento della verità. Qui passa la neck line di un potenziale testa e spalla che, se violata riporterebbe EurUsd fino a 1,125 con possibile estensione fino a 1,105 il 38,2% di ritracciamento di tutto il bull market recente.

Un fattore che rimane sotto traccia, ma dagli effetti potenzialmente esplosivi per EurUsd, è quello di una volatilità che rimane molto compressa. Le bande di Bollinger ancora una volta confermano, con la vicinanza tra bande superiori e inferiori che fanno risaltare un trading range che potrebbe uscire da qualsiasi lato avviando un nuovo trend nel 2026. Permangono valide le indicazioni di tenere sotto stretta osservazione 1,19 e 1,15 come i due livelli oltre i quali la volatilità su EurUsd potrebbe avere qualcosa da dire.

Trump annuncia un America in forte ripresa addossando tutte le colpe al precedente presidente per quanto riguarda soprattutto inflazione, immigrazione e forza diplomatica.
Al di là della propaganda l’aspetto che sta cominciando a preoccupare il mercato è la volontà di mettere la Federal Reserve sotto il controllo indiretto della Casa Bianca con l’elezione del sostituto di Powell che dovrà tenere conto delle opinioni di Trump che orientato ad avere tassi di interesse molto più bassi di quelli attuali.
Con mercati azionari non lontani dai massimi storici e inflazione che fatica a scendere sotto al 3% in modo stabile, il rischio potrebbe essere non indifferente nell’adottare questa strategia. E il dollaro sta infatti pagando il contesto.
L’America esce ridimensionata dallo shutdown dopo che le statistiche definitive del mercato del lavoro tra settembre e novembre sono state rese note. La media di nuove buste paga emesse nel trimestre è stata di appena 12 mila unità nel settore privato con il mese di ottobre che ha bruciato 105 mila posti di lavoro prima di recuperarne 64 mila a novembre.
Il costo del lavoro si è bloccato nella crescita a novembre ridimensionando a +3,5% il tasso di crescita dell’intero anno. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,6%, il massimo da settembre 2021.
Solo le vendite al dettaglio in crescita dello 0,8% hanno fornito un po’ di sereno in dati che potrebbero costringere la FED a più di un taglio nei tassi nel 2026.
Inflazione in ripiegamento ma con un dato parziale sempre a causa dell’assenza di tutte le informazioni provenienti dai vari distretti.
In Europa alcuni interessanti dati (seppur al di sotto delle attese) hanno confermato che la ripresa è in atto. Ad esempio, l’IFO tedesco si è mantenuto vicino ai 90 punti. I Pmi a loro volta si sono leggermente contratti ma rimangono sopra i 50 punti. Infine, bene lo Zew tedesco sui massimi degli ultimi 5 mesi. La BCE ha confermato che i tassi rimarranno fermi per l’intero 2026.
Intanto la Bank of England dopo il netto raffreddamento dell’inflazione salita del 3,2% su base annua contro attese del 3,4% e la disoccupazione salita al 5,1%, ha tagliato i tassi come da previsioni al 3,75%.
La figura di testa e spalla rialzista segnalata la scorsa settimana ha preso corpo arrivando a realizzare quello che era un obiettivo minimo. Un movimento al rialzo che potrebbe trovare la zona compresa tra 1,18 e 1,19 il punto ideale di arrivo prima di un ritorno dei compratori di dollari.
Fase che sarà comunque propedeutica ad un nuovo tentativo del biglietto verde di attaccare l’euro in zona 1,15/1,16 per cercare di spezzare una lateralità ormai evidente da tempo.

Dollar Index che subisce la stagionalità negativa (dicembre è il mese peggiore dell’anno) e il livello di supporto che sta nuovamente per essere sollecitato è di quelli che nei primi mesi del 2026 potrebbe alimentare una nuova reazione verso l’alto per il dollaro.
Non solo per una questione stagionale, gennaio e febbraio non sono così avversi al dollaro, ma anche di indicatori. Il tasso di variazione a 52 settimane sta infatti giungendo in prossimità di quella soglia spartiacque di -10% che in passato ha sempre innescato un rimbalzo del dollaro. Non dovesse esserci questa reazione per il dollaro si prospetterebbe un 2026 all’insegna della debolezza ancora più profonda di quella vista nel 2025.

Donald Trump voleva di più, ma Powell ha concesso solo 25 punti base di riduzione nel costo del denaro, decisione ampiamente scontata dai mercati da diverse settimane. La cautela serpeggia nel FOMC e fino a maggio, data in cui si insedierà il nuovo Presidente della FED, non si dovrebbe andare oltre un solo taglio nei tassi che scenderebbero quindi al 3.5% in attesa del cambio di guida probabilmente filo trumpiana e quindi decisamente più orientata alla riduzione del costo del denaro.
A frenare la banca centrale nel compiere mosse più aggressive la carenza di dati causa shutdown, ma anche un’inflazione che come ha dimostrato il deflatore del Pil fatica ad allontanarsi dalla zona 3% (ultimo dato 2.8%).
Da capire quanto tutto ciò sia effetto dazi, oppure effetto di un’economia ancora surriscaldata sul fronte immobiliare e finanziario visto il recente nuovo ritocco dei massimi storici da parte dei mercati. Quello che preoccupa la FED è un persistere dei tassi a lunga scadenza sopra il 4%, segno che il mercato vede tensioni inflattive nel medio periodo.
A questo si aggiunge una persistente tensione sul mercato del lavoro a causa del minor afflusso di immigrati che alza il costo del lavoro e le tensioni salariali.
Fin da subito la Federal Reserve si impegnerà ad acquistare sul mercato titoli a breve scadenza inizialmente per 40 miliardi di dollari (poi progressivamente meno), e fino ad aprile. Un nuovo QE non tanto necessario per creare liquidità ma per ricostituire le riserve bancarie e gestire meglio le recenti tensioni sul mercato della liquidità overnight.
A tenere banco però sono soprattutto le tensioni con gli ormai ex alleati europei stando alle dichiarazioni di Trump. Una pericolosa escalation attorno alla questione bellica ucraina che stando al piano di pace concordato tra Russia e Usa metterebbe ai margini l’Europa e costringerebbe l’Ucraina a una sostanziale resa.
Tensioni che proseguono e che rischiano di minare il processo di ripresa in corso ben rappresentato dalla contrazione dello spread tra rendimenti americani e tedeschi ormai arrivato ai minimi degli ultimi 2 anni sotto quota 140 punti base. Elemento di mercato che fa però bene all’euro.
Sapevamo che dicembre sarebbe stato un mese tradizionalmente positivo per l’euro e la regola si sta confermando. A trascinare al rialzo la moneta unica europea non solo il taglio dei tassi americano a fronte di tassi in Europa stabili o addirittura visti in aumento da alcuni esponenti BCE nel corso del 2026, ma anche una contrazione dello spread di rendimento tra tassi decennali americani e tedeschi, indicatore a cui è sempre molto legato l’andamento di EurUsd.
Come vediamo dal grafico lo spread è ai minimi degli ultimi 2 anni e chi sembra in ritardo nell’aggiustamento di prezzo pare proprio EurUsd che dovrebbe posizionarsi a livelli superiori rispetto a quelli attuali, almeno stando a queste metriche.

Dal punto di vista tecnico non sembrano esserci grandi dubbi. EurUsd ha formalizzato una figura di testa e spalla rialzista che dovrebbe alimentare un rialzo capace di spingere il cambio fino sotto i massimi di area 1,18/1,185 nelle prossime settimane. La stagionalità, come detto, è favorevole all’euro, gli oscillatori sono ben impostati per un ulteriore allungo ed ora anche l’analisi grafica sembra supportare questo movimento.

Il 10 dicembre la Federal Reserve dovrebbe tagliare i tassi secondo le idee di un mercato che percepisce una minor pressione dall’inflazione ed un mercato del lavoro in ulteriore rallentamento. La FED di un Powell che uscirà di scena a maggio lasciando la carica forse a quel Kevin Hasset che rumors danno come preferito tra i candidati prescelti dalla Casa Bianca.
Se la FED taglierà il costo del denaro al 3,50%-3,75% sarà perché anche i prezzi alla produzione del settore servizi stanno rallentando nel loro processo di crescita. Il mercato del lavoro invece rimane tiepido con alcuni dati preliminari che sembrano anticipare un non felicissimo dato sui nuovi posti di lavoro creato a ottobre.
Il Thanksgiving si presenta comunque un po’ meno incerto di quello che si prospettava solo la settimana scorsa quando soprattutto i titoli tecnologici sono stati colpiti da vendite importanti. Il taglio dei tassi da parte della FED dovrebbe garantire una spinta ai consumi nel mese di dicembre e il mercato azionario sembra esattamente andare in questa direzione alla caccia di nuovi massimi non così distanti dopo una mini correzione di poco più del 5%.
Proprio la ventilata ipotesi di Hasset a capo della FED ha alimentato quell’euforia da deregulation e politiche dovish che hanno anche ridotto i rendimenti a lunga scadenza sui Treasury tornati al 4%.
In Europa l’unico dato di rilievo è stato l’IFO tedesco uscito leggermente sotto le attese ma poco cambierà nelle idee della BCE che manterrà i tassi al 2%.
Presentato intanto il piano di bilancio in Gran Bretagna con importanti aumenti di imposte e tagli alle spese e con una serie di iniziative mosse a salvaguardare il debito inglese. La sterlina ha recuperato terreno considerando sventato uno scivolone come quello che costò qualche anno fa la poltrona di primo ministro a Liz Truss.
Intanto per EurUsd comincia uno dei mesi più favorevoli dell’anno.
Nei due anni precedenti oscillatori di momentum come l’Rmi hanno intercettato con un buon timing il momento in cui il rimbalzo dell’euro era evento probabile.
Tranne il caso dell’ultimo quarto del 2024 quando l’evento elettorale americano ha fatto uscire dai binari questo pattern, un Rmi in ipervenduto come accaduto a novembre ha anticipato un rimbalzo di EurUsd.
Sarà interessante verificare se anche questa volta andrà così con una eventuale zampata ribassista di EurUsd fino a 1,126 che rimane contemplata nello scenario migliore di chi vuole coprire gli attivi in dollari dal rischio cambio, oppure avviare una speculazione contro il biglietto verde.
Da quelle parti troviamo il 38,2% di ritracciamento di tutto il bull market dell’euro nel 2025 oltre che i ripetuti massimi dei periodi precedenti.
E probabilmente qui si creerebbe una condizione di divergenza tra prezzi e oscillatori molto invitante.
Vedremo se il meeting della FED del 10 dicembre fornirà la scusa buona al mercato per puntare questo supporto, oppure se il doppio minimo in formazione troverà la sua formalizzazione sopra 1.165. A quel punto il ritorno sui massimi estiva andrebbe dato per scontato.

A rendere però la salita dell’euro meno vigorosa potrebbe pensarci il segnale di un altro indicatore come il ROC a 18 mesi. Come vediamo dal grafico una sua salita oltre quota 9% in un anno e mezzo ha spesso frenato la forza di EurUsd nell’immediato ravvisando la necessità di veder scaricati un po’ di eccessi. Questo potrebbe preludere a un EurUsd che sale sì nella parte alta del recente trading range posta a 1,19, senza però andare oltre.

Lentamente stanno tornando ad affluire i dati macro americani mancati a causa shutdown. Soprattutto quelli legati all’occupazione di settembre hanno tenuto banco anche se saranno soprattutto i numeri di ottobre e novembre a fornire idee più chiare circa il rallentamento economico causato dal blocco dell’attività federale più lungo della storia.
A settembre sono salite le nuove buste paga, ma anche la disoccupazione con i sussidi in crescita. Il timore è che ad ottobre, mese dello shutdown andrà peggio.
Intanto è cominciata la corsa alla successione di Powell alla guida della FED. Secondo il ministro del Tesoro sono cinque i candidati rimasti in corsa e ovviamente tutti personaggi più dovish dell’attuale Presidente. Il neo eletto si troverà comunque di fronte un board spaccato in due con le tesi hawkins (nessun taglio a dicembre) che hanno ripreso vigore facendo risalire i tassi a lunga sopra il 4% stabilmente, rinforzando il dollaro e riducendo le probabilità di taglio nel costo del denaro il 10 dicembre.
Al momento i dati che emergono dai flussi finanziari (TIC) verso gli Stati Uniti rimangono confortanti con gli acquisti di asset, soprattutto azionari, cresciuto a settembre oltre 200 miliardi. La politica commerciale di Trump tenderà in teoria a ridurre il flusso di dollari che si muoveranno verso l’estero nel tentativo di ridurre il deficit commerciale.
Poche le novità giunte dall’Europa in settimana se non il persistere di una certa incertezza nella fiducia di consumatori e imprese con la questione geopolitica ucraina che rimane sempre sullo sfondo a preoccupare alla luce del nuovo piano americano-russo di tregua.
Occhi puntati soprattutto sul Giappone con i rendimenti a lungo termine che hanno scavalcato quelli cinesi e uno yen in caduta libera, e Gran Bretagna dove c’è curiosità per il nuovo piano economico Starmer e le decisioni della BOE dopo un dato di inflazione inferiore alle aspettative che apre le porte a nuovi tagli.
Il rimbalzo del Dollar Index sui supporti di lungo periodo lascerebbe pensare alla possibilità che per il biglietto verde la fase di debolezza sia agli sgoccioli. Se così fosse anche nel rapporto di forza relativo tra oro e argento, protagonista di un forte calo negli ultimi mesi con il cugino povero del metallo giallo in grande spolvero, dovremmo essere ai titoli di coda.
Anche qui la linea di supporto di lungo periodo sembrerebbe confermare tale ipotesi, ma come spesso accade in queste situazioni lo stazionare troppo a lungo su un supporto potrebbe essere un segnale di assenza di compratori.
Stando questa situazione non dovrebbero esserci grandi dubbi sul long dollaro e oro vs argento, ma preferiamo mantenere un approccio meno assolutista (e ottimista) attendendo dei forti segnali di conferma da parte del mercato che rendano più solida la prospettiva di una strategia bullish sulla valuta americana.

Innegabile che la recente nuova picchiata verso il basso da parte di EurUsd è un segnale da non trascurare perché riavvicina il biglietto verde a quella zona di supporto di 1,14 che graficamente fa da spartiacque tra una ripresa definitiva del bear market oppure un proseguimento di un trading range propositivo per nuovi massimi dell’euro.
In zona 1,14 troviamo il minimo di luglio nonché pivot di un doppio massimo e poco sopra la neck line di una potenziale figura di testa e spalla. Sfondare al ribasso significherebbe avere una prospettiva di discesa almeno fino a 1,10 per il cambio più famoso del pianeta.

Donald Trump esce sconfitto dalle elezioni di sindaco della città di New York e non la prende bene incolpando lo shutdown come causa principale dell’affermazione dei democratici. Un segnale da non sottovalutare per il tycoon in vista delle elezioni di medio termine del prossimo anno e che si inserisce in una fase di incertezza ancora più alta causata dall’assenza di dati macro provenienti dal mercato, dall’assenza di informazioni sul posizionamento di speculatori e operatori istituzionali sul mercato futures, dal giudizio sospeso circa la legittimità dei dazi che arriverà dalla Corte Suprema, e infine da un Powell più falco del solito che ha allontanato i rendimenti a scadenza decennale dalla soglia del 4% favorendo il dollaro.
Un po’ di risk off da parte del mercato dopo l’ennesima chiusura di mese positiva ad ottobre ha fatto il resto con il denaro tornato sul biglietto verde visto come safe haven decisamente più di Bitcoin crollato di oltre il 20% in un mese.
Tra i pochi dati macro usciti di fonte non federale, l’Ism manifatturiero sceso più delle previsioni e sempre sotto i 50 punti. La risalita del rapporto nuovi ordini-scorte suggerisce che le aziende stanno vedendo migliorare le prospettive sull’inizio del 2026. Importante anche il dato sull’Ism prezzi sceso ulteriormente sotto quota 60.
Questo appare un buon viatico per confidare in un nuovo taglio nei tassi FED il 10 dicembre nonostante le parole più hawkins che stanno uscendo da alcuni membri del FOMC.
Tra gli altri dati l’ADP di ottobre ha confermato un mercato del lavoro non frizzante ma nemmeno che perde posti di lavoro. Infine, l’ISM servizi che ha battuto le stime degli analisti.
Dall’Europa poche novità se non la grande attesa che circonda la presentazione del nuovo piano di bilancio inglese, nell’ultimo tempo sempre fattore in grado di generare parecchia volatilità su bond e sterlina.
Le ultime affermazioni del Presidente della FED, decisamente meno dovish rispetto alle settimane precedenti, hanno favorito un riallargamento degli spread di tasso tra decennale americano e tedesco.
Un differenziale di tassi che sembra aver trovato in 140 punti base un punto di sostegno importante e che ha coinciso con la vigorosa reazione del dollaro riportatosi a ridosso di 1,15 nel rapporto con l’euro. Come vedremo tra poco la soglia tecnica di supporto è molto importante in chiave prospettica.

Il grafico giornaliero ci fa apprezzare il momento tecnico che sta vivendo EurUsd.
Da metà settembre in avanti il cambio ha innestato la retromarcia dopo aver toccato con precisione chirurgica le resistenze di area 1,19. Al momento possiamo catalogare questa fase come semplice correzione che rimarrà tale fino a quando i supporti di 1,14 (media mobile a 200 giorni e minimi di luglio) reggeranno. Perdere questo supporto ci proietterebbe in zona 1,126 dove presumibilmente tornerebbero a montare le pressioni in vendita sul biglietto verde. Scenario che riteniamo al momento poco probabile.
